giovedì 7 settembre 2017

Altri racconti dalla raccolta VOLEVO SOLO ESSERE NORMALE


LA TRAPPOLA


   TUTUTUMPH!
   “Aaaaaaaah!”
   Erano le due di notte quando Guerrino venne svegliato da un tonfo seguito da grida di dolore. Si precipitò giù dalle scale e lo vide nella buca, dolorante.
   “Chi sei?” domandò.
   “Aiuto, prego, aiuto.”
   “Ho chiesto: CHI-CAZZO-SEI? Sei un ladro?”
   “Aiuto.”
   “Te lo chiedo per l’ultima volta poi ti lascio lì a marcire: chi sei, un ladro?”
   “Sì, ma per favore, io rotto gamba, aiuto.”
   “Sei solo? Qualcuno ti aspetta fuori?”
   “No, io solo, aiuto.”
   Quando ebbe la conferma che si trattava di un ladro e che era solo, a Guerrino parve che una fanfara angelica intonasse una marcia trionfale solo per lui.
   “Aspetta, ora scendo passando dalla cantina e sono lì” disse iniziando ad eccitarsi.
   Guerrino viveva in una casa di campagna molto isolata. Era una casa abbastanza nuova che aveva acquistato dopo essere andato in pensione. Aveva lavorato alle Poste per una vita, accumulato un po’ di soldi e smesso definitivamente di lavorare si era trasferito il più lontano possibile dal centro della città dove aveva vissuto. Voleva stare solo, isolato dal resto del genere umano. Era sempre stato un tipo solitario e taciturno. Amava collezionare soldatini di piombo e libri antichi; nessuno lo aveva mai visto in compagnia di una donna o insieme a un amico.
   In casa, per proteggere le sue collezioni oltre che il denaro che preferiva tenere nel materasso piuttosto che in banca, contro sgradite intrusioni aveva progettato e realizzato un antifurto micidiale. Alla base della rampa di scale che portava alla zona notte aveva scavato una buca nel pavimento profonda più di tre metri e abbastanza larga da farci passare un elefante. Durante il giorno la voragine era ricoperta da solide assi sulle quali era posizionato il parquet che rivestiva tutto il salotto circostante. Quando Guerrino andava a dormire la notte o lasciava la casa incustodita per recarsi a fare compere in città, assi e parquet venivano rimossi e al loro posto adagiava un foglio di carta con sopra disegnato un finto parquet che mimetizzava perfettamente la buca.
   “Un giorno qualche zingaro di merda ci finirà dentro e allora…” si diceva praticamente ogni volta che copriva e scopriva la buca.
   Un giorno infatti, dopo un paio d’anni che abitava lì, un pesce finì nella rete. Finalmente il ragno aveva intrappolato la mosca!
   Guerrino saltò dunque la voragine e si diresse in cantina, dalla quale attraverso una porta nascosta dietro a un armadio si accedeva al fondo della buca dove era precipitato lo scassinatore. Accese una torcia e brandì una mazza da baseball.
   “Dove ti sei fatto male? Fa’ vedere…”
   “Qui, a gamba sinistra, non riesco a muovere, aiuto.”
   A quel punto Guerrino calò con violenza la mazza sulla gamba sana del malcapitato.
   “Aaaaaah, noooo, ti prego, non fare male a me!”
   TUM!
   “Aaaaah!”
   TUM!
   “Aaah, bastaaa!”
   TUM!
   “Uaaah!”
   “Ok basta, ora possiamo ragionare con calma. Come ti chiami?”
   “Viorel” rispose piangendo per il dolore.
   “Da dove vieni?”
   “Romania.”
   “Sei uno zingaro?”
   “No zingaro.”
   “Cosa cercavi in casa mia?”
   “Oro, soldi, mangiare, io fame, ti prego perdona me e chiama ambulanza, non mi importa se poi finisco in prigione, anzi è giusto che io finisco in prigione.”
   Guerrino sparì momentaneamente nella cantina a fianco dove ribaltò un tavolo, poi tornò da Viorel, lo prese per le spalle e lo trascinò fino al tavolo.
   “Cosa fai?” chiese il rumeno preoccupato.
   “Non ti preoccupare.”
   Sul piano ribaltato posizionò l’uomo dolorante legandogli gli arti con nastro isolante ad ognuna delle gambe del tavolo. Intanto il poveraccio, che sembrava un Cristo crocifisso, gemeva, imprecava, supplicava. Dopo un po’ gli scocciò anche la bocca.
   “Ora ti spiego cosa farò. Anzi, cosa faremo. Faremo un gioco. Si chiama “Il chirurgo pazzo”. Tu ovviamente sei il paziente e io il chirurgo pazzo.”
   “Mmm… mmm… mmm…” faceva Viorel imbavagliato. Gli occhi rivelavano un panico crescente.
   “Voglio essere subito sincero, per non illuderti. Le probabilità che tu esca vivo da questa cantina sono una su dieci miliardi. Ma se ti può fare stare meglio, pensa che dopo non soffrirai più. Torno subito…”
   Guerrino tornò di sopra. Prese un vassoio dalla cucina e vi mise sopra alcuni coltelli di varie dimensioni, forbici, cotone, disinfettante e un vibratore che recuperò dalla camera da letto. Prima di tornare giù in cantina ricoprì con assi e vero parquet la buca.
   “Rieccomi qui amico mio. Non sai quanto sono eccitato. Guarda qua!” disse mostrando il rigonfiamento sulla patta del pigiama. “Vuoi dire qualcosa?”
   “Mmm… mmm…”
   “Ah già, è vero che non puoi parlare. Immagino che tu abbia detto: “Comincia pure!” Ok, come vuoi.”
   Il chirurgo pazzo prese le forbici e tagliò i vestiti del paziente. Lo lasciò completamente nudo con indosso solo le calze e le consunte scarpe da tennis. Con il cotone imbevuto nel disinfettante strofinò il corpo tremebondo del prigioniero terrorizzato, soffermandosi in particolare sui genitali.
   “Mi piace il tuo cazzo. Sai, voglio darti una possibilità in più di salvezza: se ti si drizza in queste condizioni potrei pensare, forse, di risparmiarti.”
   Detto questo si sdraiò e prese in bocca il pene moscio di Viorel, i cui occhi erano ora una cascata di lacrime. Guerrino succhiava e leccava con bramosia. Lo fece per cinque minuti poi si stancò.
   “Immaginavo. Mi sarebbe piaciuto succhiare il tuo bel cazzo in tiro. Peccato. Vuoi vedere il mio? Guarda, tra un po’ scoppia.”
   Si tolse il pigiama, denudandosi completamente.
   “E adesso… Operiamo!”
   Con un coltello incise una croce sui capezzoli di Viorel, dai quali cominciò a sgorgare sangue.
   “Mmm… mmmmmm… mmmmmmm…” faceva il poveraccio sempre più disperato.
   Guerrino l’aguzzino intrise il vibratore del sangue della sua vittima e glielo infilò nel retto, stantuffando con foga ma anche con fatica dato che si dimenava come un ossesso.
   “Calmati o ti ammazzo! Va bene, ti ammazzo lo stesso, ma calmati.”
   Estrasse il vibratore, lo gettò in un angolo e prese un coltellaccio da macellaio.
   “Siamo al clou, amico mio.”
   Con una mano tenne teso il pene dell’uomo e con l’altra, con un colpo netto, glielo recise.
   Viorel svenne. Fiotti di sangue zampillarono addosso a Guerrino che senza neanche toccarsi venne in un orgasmo stordente. Dovette sedersi su una sedia di paglia lì accanto per colpa del violento giramento di testa che gli aveva procurato l’emozione.
   Ripresosi finì il lavoro. Piantò una ventina di volte un coltello affilato nell’addome del poveretto che già stava agonizzando.
   Passò il resto della notte a fare a pezzi il cadavere per poi seppellirlo non lontano da casa, in una fitta boscaglia all’interno degli argini del fiume Reno, che da quelle parti scorreva putrido e sonnacchioso.
   Non chiuse occhio per tre giorni di fila dopo quella volta. Ogni notte andava a letto sperando di sentire un grido provenire dalla buca. Era molto speranzoso che sarebbe ricapitato prima o poi: zingari, immigrati clandestini, disperati, drogati, crisi economica, degrado, povertà… Guardava il telegiornale con un ghigno diabolico stampato sul volto. Sì, lo sentiva, presto qualcun altro sarebbe caduto nella sua trappola.


MISTER MILF


Allenavo i Pulcini della Centese, quindici bimbi di 9/10 anni con scarsi mezzi ma tanta voglia di imparare e divertirsi. Modestamente credo di essere sempre stato un bravo mister-insegnante, soprattutto a livello educativo, e un ottimo entertainer.
   In mezzo a quei quindici c’era, come sempre capita praticamente in tutti i gruppi, la mela marcia: Matteo si chiamava, Matteo Menegardi, per gli amici Teo. Ogni allenamento richiamavo Teo almeno una ventina di volte, perché ascoltava poco, non eseguiva correttamente gli esercizi che preparavo, era svogliato, prepotente, maleducato e disturbava continuamente. Spesso lo mettevo in “punizione” seduto in panchina o a correre intorno al campo. Ce la mettevo però tutta per coinvolgerlo, invogliarlo e fargli tenere un comportamento decente, ma niente da fare.
   Di Matteo conoscevo la madre, Luisa, mia coetanea, che faceva l’estetista a Cento e che si diceva facesse bocchini a iosa, oltre ovviamente a scoparsi non solo il marito. L’idea del marito cornuto mi divertiva perché il padre di Matteo, al secolo Cesare Menegardi, era un’emerita testa di cazzo, la persona più ignorante e triviale che abbia mai conosciuto. Alle partitelle dei bimbi era il classico idiota che insulta tutti, arbitro, genitori e avversari, che essendo bambini la dice lunga sul livello neandertaliano dell’individuo. Lo sentivo spesso insultare anche me, soprattutto quando tenevo in panchina o sostituivo il figlio.
   “Mister da bigliardino” amava urlarmi.
   Un giorno, durante una partita di campionato, non ce la feci più e da bordo campo da dove dirigevo i miei ragazzi mi diressi sotto la tribuna dove Cesare sfogava le sue frustrazioni di perdente nato.
   “Può uscire dal campo per favore?” gli dissi gentilmente. “Qui si cerca di educare i giovani, non di rovinarli insegnandogli la maleducazione, l’antisportività e l’ignoranza troglodita.”
   Non l’avessi mai detto! Il Menegardi andò su tutte le furie insultandomi con maggiore veemenza; se la prese anche con gli altri genitori in tribuna, i quali mi avevano tributato applausi a scena aperta per il coraggioso gesto.
   “Mister sei forte Mister sei forte Mister sei forte…” canticchiavano madri e padri sugli spalti.
   Il padre di Matteo scese a sbraitare fin contro la rete di recinzione, non la finiva più, era un fiume in piena. Così mi avvicinai e gli sussurrai: “Carino il neo che ha tua moglie vicino alla figa!”
   Ammutolì.
   La settimana prima, dopo la doccia, avevo convocato la mamma di Matteo nel mio spogliatoio, che spesso fungeva anche da ufficio. Visto che con quell’imbecille del padre mi era impossibile parlare, speravo di risolvere qualcosa almeno con la madre. In effetti qualcosa risolsi, ma non nel senso pedagogico che mi ero prefissato .
   Mentre Matteo faceva la doccia nell’altro spogliatoio con i suoi compagni, la Luisona, dopo essersi scusata per i comportamenti del figlio con un “mi spiace ci fa diventare matti non sappiamo come fare con quel monellaccio di Teo”, mi slacciò la cintura dell’accappatoio che ancora indossavo e mi prese il cazzo in bocca. Ce l’avevo già mezzo bazzotto immaginando proprio uno scenario simile. La fantasia divenne realtà. Dopo avermi succhiato il cazzo per qualche minuto in ginocchio mentre io sedevo a gambe aperte sulla panchina, si sfilò le mutandine di pizzo nere che portava sotto una gonna blu scuro che le arrivava alle ginocchia, la alzò (lasciando intravedere il neo) e venne a sedersi a cavalcioni sopra di me. Mi scopò come una forsennata, venendo con gemiti sommessi  per non farsi sentire dai genitori che aspettavano i figli fuori. Le sborrai sugli stivali di pelle nera e mi sentii soddisfatto come poche volte mi era successo dopo il sesso. Luisa pulì gli stivali con una salvietta, si infilò le mutande, si ricompose un attimo allo specchio e uscì dallo spogliatoio come se niente fosse accaduto. Ci misi cinque minuti a rimettermi in piedi, quasi tramortito da quella chiavata.
   Il neo che Laura aveva tra l’ombelico e la vagina mi era rimasto impresso così quel giorno non potei fare a meno di usarlo come arma di distruzione di massa (cerebrale) nei confronti di Cesare, il quale, dopo esserci rimasto di stucco, girò i tacchi e se ne andò quasi tremante dal campo mentre gli altri genitori in tribuna praticamente mi osannavano. L’ottanta percento dei paparini non lo avrebbe però fatto se avessero saputo che le loro consorti erano tutte passate almeno una volta nel mio “ufficio”, che spesso rimaneva aperto anche di notte. Ho sempre avuto a cuore l’educazione dei bambini, perché il futuro dell’umanità dipende da loro. Ma purtroppo viviamo in un mondo pieno di figli di troia.
  
  
RADIO SHINING

Nel panorama massmediatico underground, in Italia, Radio Shining è sicuramente la radio più alternativa di tutte. Quando è uscito il mio libro Pensavo fosse amore invece era una un cazz’in culo, prontamente la redazione mi ha invitato nella sede di Bologna per intervistarmi durante il programma pomeridiano “Overlook Hotel”, condotto da Wendy.
   “Overlook Hotel” è la trasmissione di punta di Radio Shining, per cui ero onoratissimo di essere ospite. Mi ero presentato leggermente ubriaco. Ad essere sincero ero molto ubriaco, ma per l’eccitazione ero arrivato alla radio due ore prima di andare on air, così avevo trascorso il tempo al bar di fianco. Mi aveva accompagnato l’amico-manager Tony, bevitore da guinness dei primati; una birra tira l’altra un whiskino tira l’altro e al momento di andare in onda ero fracico. Però alla fine mi hanno fatto tutti complimenti sinceri, a partire da Wendy che il giorno dopo mi ha telefonato per dire che avevano ottenuto il record di ascolti e ricevuto centinaia tra e-mail e telefonate in redazione, per metà entusiastiche e per metà piene di insulti e minacce. Eh già, era stato un successo!
   Siccome non ricordavo benissimo cosa avevo detto, ho ascoltato la registrazione della puntata sul sito web di Radio Shining. Risentendomi debbo dire che non sembrava fossi ubriaco. Da sobrio probabilmente avrei detto le stesse cose, magari con un linguaggio più forbito ma meno verve.
   Per chi si fosse perso “Overlook Hotel” di quel giorno, trascrivo i passaggi più divertenti e interessanti, a mio giudizio.

WENDY: Il pomeriggio ha l’oro in bocca amici ascoltatori! Oggi a “Overlook Hotel” abbiamo l’onore e il piacere di avere ospite uno degli scrittori più ironici, irriverenti e surreali degli ultimi vent’anni, ma che dico venti: ventuno! È qui con noi Simone Manservisi, autore del recente Pensavo fosse amore invece era un cazz’in culo. Allora, Simone…

IO: Ciao Wendy, un saluto a tutti gli ascoltatori di Radio Shining.

WENDY: Per scaldarci un po’ – anche se non credo ne avrai bisogno visto l’alcol che hai in corpo – cosa ci dici del tuo ultimo libro?

IO: Che vi posso dire? Potete anche non comprarlo, tanto il titolo dice già tutto. Ho scritto un libro riassunto completamente in un titolo.

WENDY: La promozione e il marketing sono il tuo forte a quanto pare… Un ottimo venditore, complimenti Simone!

IO: Grazie. Comunque posso aggiungere che parla di sesso e amore trattando gli argomenti con ironia, cercando di approfondire il lato psicologico e filosofico del tema. Non è la solita cagata tipo Cinquanta sfumature di grigio che leggono solo le fighette ignoranti e i maschi impotenti.

WENDY: Qual è la molla che spinge uno scrittore a scrivere?

IO: Non so gli altri, io ti posso dire qual è la molla che spinge Simone Manservisi a scrivere: un disperato bisogno di esprimersi, per dare sfogo alle emozioni nonché al proprio talento. Scrivo perché se non lo faccio non respiro e se non respiro muoio.

WENDY: Una volta hai scritto: “Se non scrivessi sarei morto da tempo, oppure sarei diventato un serial killer.” Un serial killer?!

IO: Non vedi quanta gente impazzisce perché non dà sfogo all’energia interiore, perché non coltiva le proprie passioni, non insegue i propri sogni? Se non avessi scritto seguendo il “richiamo della foresta”, ovvero della mia natura, o anima, il rischio di finire ad accoppare la gente era concreto.

WENDY: Chi è veramente Simone Manservisi?

IO: È un tipo strano e te lo dico io che ci convivo da una vita. Ma sai da cos’è data questa stranezza? Dal fatto che in lui convivono caratteristiche diametralmente opposte, in Simone coabitano una timidezza e una sensibilità disarmanti insieme a una “smania di spettacolo” e un egocentrismo illimitati.

WENDY: Spiegati meglio.

IO: Torno a parlare in prima persona… Vedi, io ho nell’indole una certa spinta all’esibizionismo, ma sono timido, molto introverso. Senza il freno della timidezza a volte penso che sarei potuto diventare che so, uno showman, un attore, un comico… Ma va bene così, perché anche questi contrasti di pregi e difetti, di freni e molle, hanno reso Simone Manservisi Simone Manservisi. Posso affermare di aver tratto vantaggio dai miei limiti e handicap; sono un esempio di resilienza.

WENDY: Dicono anche che tu sia presuntuoso, quasi megalomane.

IO: Queste sono leggende senza alcun fondamento. A volte mi diverto a fare il presuntuoso per provocazione. E comunque sono da sempre convinto che per fare con entusiasmo una cosa – che sia scrivere, dipingere, recitare o avvitare viti in fabbrica – ci vuole un minimo di quella sana presunzione che ti fa dire: “sono bravo e lo sarò sempre di più”. Sentirsi forti è importante per diventare forti.

WENDY: Cosa ti dà più fastidio di questa società?

IO: Viviamo in una società alla deriva, in un mondo di merda. Il virus della follia ha infettato tutto e tutti ormai, pochissimi sono rimasti immuni. Questa società, nel suo complesso, mi fa schifo.

WENDY: So che ci sono categorie che ti sono particolarmente invise. Vuoi elencarcele?

IO: Beh sì… Per cominciare gli animalisti: mi fanno paura. Penso che chi ama un animale più di una persona sia un potenziale pericolo per l’umanità… Le frustrazioni e i traumi dell’infanzia non metabolizzati da costoro, potrebbero esplodere e fargli compiere delle stragi. Poi mi stanno sul cazzo i cani che abbaiano quando passeggi facendoti prendere un colpo e quelli che cagano per strada, che anche se la colpa è dei padroni, io li sopprimerei entrambi, il cane e il padrone.

WENDY: Esagerato!

IO: Poi ci sono i vegani, i vegetariani, gli astemi, gli ipersalutisti: mi sembrano persone senza anima, o almeno con un’anima spenta. Gli juventini! Emblema della corruzione e dell’incapacità critica che ammorba da decenni l’Italia. E ancora: i religiosi, qualsiasi sia la loro religione, poveri esseri senza un pensiero proprio, tristi, spenti. Stesso discorso per gli ultras politici, di destra, centro o sinistra. Nel ventunesimo secolo non hanno ancora capito che la politica è solo di sopra. E poi gli snob intellettuali! Quelli che si sentono superiori perché hanno letto Proust, Dostoevskij, Sartre, eccetera, quelli che se per caso nello scrivere sbagli a mettere un apostrofo al posto dell’accento ti guardano inorriditi come se fossi un appestato. Ma andate a fanculo voi e chi non ve lo dice!

WENDY: Super Manser, cos’è che ti fa l’effetto della criptonite?

IO: A parte la mediocrità e l’ignoranza umana, se uno mi obbliga ad ascoltare barzellette mi toglie tutte le forze. Anche chi mi parla di un argomento convinto di avere cognizione di causa e invece non sa un cazzo rischia di liquefarmi.

WENDY: Fobie?

IO: Uh, quanto tempo abbiamo? Mi ci vorrebbero due ore per elencarle tutte.

WENDY: Dicci le principali allora.

IO: Tanto per iniziare sono claustrofobico, faccio molta fatica a stare in spazi chiusi e stretti, soprattutto se affollati di gente; gli ascensori li evito quando posso e anche le gallerie autostradali mi mettono una certa ansia. L’acqua alta al mare mi fa paura, anche perché non so nuotare. Volare, in parte per colpa della claustrofobia, mi è quasi impossibile. Fino a pochi anni fa ero estremamente ipocondriaco e paranoico… Oggi, non so come ho fatto, per fortuna lo sono molto meno. Soffro di vertigini: se guardo giù da un balcone, già al secondo piano, mi gira la testa e sfrigolano i testicoli. Ho una paura fottuta delle montagne russe e del calcinculo. Tra gli insetti mi inorridiscono api, vespe e tafani. Tu ora dirai: “Minchia che uomo!” Oh, questo è il Manservisi. Vuoi che continui? Meglio di no.

WENDY: Come va la vita sentimentale e sessuale dell’autore di Pensavo fosse amore invece era un cazz’in culo?

IO: Va come un cazz’in culo. Non amo da vent’anni e non scopo da mesi.

WENDY: È un peccato. Uno come te potrebbe avere donne che fanno la fila…

IO: Macché! Oddio qualcuna c’è, ma non voglio prendere in giro nessuno. Quando ci sono in ballo sentimenti, nel caso di rapporti di coppia, o si ama o si corre da soli. Quando cerco di spiegare questa teoria mi sembra sempre di parlare ostrogoto…

WENDY: Io ti capisco. Belle parole, non sono da tutti.

IO: Comunque se vuoi metterti in fila anche tu, giuro che ti metto davanti!

WENDY: Lusingatissima. Magari un giorno ci andiamo a fare una birra.

IO: Ottimo. A proposito di birre, non ne avete una qui in studio che comincio ad essere in riserva?

WENDY: Tranquillo Simone, la puntata di oggi di “Overlook Hotel” è arrivata purtroppo alla fine. È stato davvero un piacere conoscerti e farti conoscere meglio ai nostri ascoltatori. Come faceva il buon Marzullo, ti chiedo di farti una domanda e darti una risposta prima di mandare la sigla.

IO: In un Paese che non legge, pieno di gente che scrive cagate, come cazzo farà quel geniaccio di Simone Manservisi ad avere successo? Risposta: un giorno ucciderà il Papa!

OMEN L’ALIENO


Omen era il suo nome, il suo nome da umano, perché in realtà era un alieno, caduto sulla Terra per sbaglio, adottato da bambino da una famiglia di un ameno paesino, lo trovarono in giardino dentro a un’astronave a forma di cono, lo crebbero con amore senza mai fargli mancare niente, riempiendogli il cuore, solo che un giorno il giovane Omen capì in un secondo che quello in cui viveva non era il suo mondo, parlava la lingua degli umani ma nessuno capiva la sua, soprattutto i cristiani, così costruì un apparecchio, una specie di telefono satellitare perché nel cosmo un messaggio voleva inviare, magari qualcuno della sua razza lo avrebbe ricevuto e a prelevarlo un altro alieno sarebbe venuto, la sua impresa però rimase vana, non fu mai rintracciato da anima sana, così passò il tempo, trascorse una vita di solitudine e di ribellione benché ricca di appagamento e soddisfazione, le persone buone gli avevano voluto bene, stimato e rispettato aveva campato, adesso, prossimo al decesso, si sentì felice lo stesso, dopotutto tornava a casa, solo il tempo di bere un ultimo espresso.

2024


Quando scrisse 1984 nel 1948, probabilmente George Orwell non immaginava quanto sarebbe andato vicino ad azzeccare le sue previsioni sul futuro. Ha scagliato il bersaglio di appena un quarantennio, ma a voler fare un paragone è stato come se Guglielmo Tell mirando alla mela avesse preso il picciolo da una distanza di trecento metri. Nell’opera orwelliana il totalitarismo, la falsificazione, la perdita di memoria storica indotta dai mezzi di informazione, la corruzione del linguaggio e l’annullamento dell’identità personale sono temi cardine e oggi, nel 2024, sembrano molto più attuali che al tempo dei totalitarismi novecenteschi.
   Questo stava pensando Wilson dopo aver visto un documentario sul pc intitolato I figli del Grande Fratello. Era un file salvato sulla sua segreta – in quanto illegale – chiavetta usb.
   Qualche anno prima, nel 2015, si cominciava a respirare una strana aria, ma nessuno avrebbe mai immaginato una così rapida e radicale svolta nella società occidentale e successivamente mondiale. Solo nove anni prima sembrava ancora di vivere in un’Europa libera; ovviamente si trattava di mera apparenza e solo rare menti illuminate avevano intuito che aria tirava, un’aria foriera di cambiamenti epocali devastanti.
   Anche Wilson usava la tecnologia nel 2015: internet, facebook, twitter, whatsapp. La adoperava però il giusto, senza farsi prendere troppo. Una volta era rimasto una settimana senza telefono e aveva appurato con soddisfazione che non gli era mancato troppo; non gli era venuto un attacco di panico come era accaduto a sua sorella Jane quando aveva perso l’iphone e non era andato in depressione come il suo amico Michael quando aveva avuto problemi per giorni alla linea adsl di casa.
   Wilson era uno degli immuni, ma coloro verso i quali la tecnologia informatica esercitava una debole o nulla influenza rappresentavano una piccolissima, infinitesimale parte della società. Bastava guardarsi intorno per notare che non c’era praticamente un solo giovane che non avesse la testa perennemente piegata sul suo telefono, o tablet, o altra diavoleria elettronica moderna, a smanettare ossessivamente e a ricevere tonnellate di input al minuto, input che naturalmente il cervello non poteva elaborare. Per gli adulti il discorso non cambiava di molto e persino gli anziani cominciavano a non poter più fare a meno di smartphone e compagnia bella.
   Nel 2017 Wilson prese una decisione drastica: decise di staccarsi completamente dal mondo di internet. A stancarlo fu soprattutto il mondo dell’informazione che attraverso quei canali arrivava alla gente. Sapeva che le notizie erano capziose, false, tendenziose, atte a indirizzare la gente verso opinioni standardizzate e lontane dalla verità.
   Questa abiura nei confronti della Rete lo salvò per qualche tempo, lasciandolo un uomo libero, benché la libertà comportasse un altissimo prezzo da pagare.
   Nel 2020 la popolazione terrestre, escludendo alcune zone dell’Africa più povera e le lande più sperdute del pianeta, era praticamente tutta soggiogata, ma fu solo nel maggio 2024 che il Padre Onnipotente – centro nevralgico dell’establishment mondiale – lanciò il segnale definitivo… Una luce giallognola illuminò tutti gli schermi di telefoni e computer presenti sul globo. Gli esseri umani persero così completamente la capacità di pensare in proprio (che già nei secoli precedenti era stata messa a dura prova dalle religioni, ora abolite per far posto ad un unico Dio Padre…) trasformandosi in zombie, schiavi del Padre Onnipotente che li rese innocui e totalmente manipolabili a suo piacere.
   I film, le canzoni, i libri… tutta l’arte di un certo tipo venne messa fuorilegge e distrutta. In particolare le opere cartacee furono bruciate e la storia dell’umanità riscritta solo in Rete. Una storia completamente inventata dal Padre Onnipotente.
   Le nazioni sparirono nel 2024, fuse sotto l’unica bandiera dell’impero mondiale governato dal Padre Onnipotente, il quale, grazie al calcio, donava un po’ di svago ai suoi sudditi che solo la domenica riposavano dalle fatiche di una settimana lavorativa sottopagata e alienante. I campionati erano falsati, già decisi in partenza a tavolino dal Padre Onnipotente.
   Wilson era dunque scampato al lavaggio del cervello perpetrato al 90% degli esseri umani presenti in quel momento sulla Terra, ma aveva dovuto diventare una sorta di clandestino, un invisibile, un barbone ostracizzato e disprezzato. Non volendo sottostare alle regole del Padre Onnipotente, viveva nascosto in periferia, in un angusto appartamento fatiscente senza riscaldamento. In casa aveva una libreria ben fornita, una delle poche che probabilmente esistevano ancora nel mondo e che gli sarebbe costata come minimo la galera se fosse stata scoperta dalla Polizia Padronale. Campava facendo caricature ai turisti nelle piazze della città; anche se l’arte, compreso il disegno, era bandita, il turismo era considerato una risorsa dal Padre Onnipotente, così Wilson non era ancora incappato in guai con la legge, tollerato perché manteneva vivo quel minimo di folklore che distingueva la sua città da tutte le altre del pianeta.
   Nonostante questo, quell’anno venne promulgata la legge che vietava tassativamente l’uso di matite, penne e carta, strumenti equiparati alle armi più pericolose. La carta era comunque già da tempo un bene raro quasi irreperibile se non sul mercato nero.
   Una sera mentre rincasava dal suo solito pub (per fortuna, pensava sarcasticamente, ci hanno lasciato almeno l’alcol per farci assaporare un po’ di libertà illusoria), appena infilata la chiave nella serratura un violento colpo alla testa lo tramortì. Si risvegliò alcune ore più tardi in quella che pareva una stanza d’ospedale, legato con cinghie a un letto sudicio, con varie flebo infilate negli avambracci ed elettrodi attaccati alla testa precedentemente rasata. Davanti ai suoi occhi, ai piedi del letto, c’era un megaschermo.
   Partirono le immagini di un telegiornale che descriveva i fatti quotidiani: il Padre Onnipotente aveva impedito un conflitto nel tal posto, ne aveva risolto uno nel tal altro, aveva estirpato la mafia qui, creato posti di lavoro là, costruito un ospedale in un paese, restaurato lo stadio in una città, eccetera.
   Dopo una settimana Wilson  tornò a casa nel suo vecchio appartamento. La libreria era sparita. Sul tavolo della cucina trovò una scatola contenente una chiave e un telefono cellulare di ultima generazione. Il telefono si accese automaticamente appena lo prese in mano e sullo schermo apparve il Padre Onnipotente; spiegò a Wilson che la chiave era quella del suo nuovo monolocale in centro, affacciato su Corso dell’Ubbidienza, e l’indomani avrebbe dovuto presentarsi all’ufficio di collocamento rionale per ottenere un lavoro al C.C.I. (Centro Controllo Informazioni) direttamente gestito dal Ministero della Propaganda. Un sorriso apparve sul volto spento di Wilson mentre gli occhi gli brillavano di luce giallognola. Ora anche lui era un perfetto ingranaggio del Sistema.


Racconti tratti dal libro VOLEVO SOLO ESSERE NORMALE

LO GNOMO NELL’ARMADIO
  
Lo gnomo. Lo chiamavo così per comodità, in realtà non era uno gnomo. Era sì piccolo come uno gnomo – o come si presume debba essere piccolo uno gnomo – ma aveva il volto scimmiesco, il cranio glabro e bitorzoluto, il corpicino minuto di un neonato ricoperto da cicatrici e una lunga coda di ratto. Il sedere era pustoloso, mentre il pene mi ricordava un ditale da sarta attaccato sopra a due olive all’ascolana. Sembrava più un aborto di macaco che uno gnomo.
   Viveva nell’armadio della mia camera, accanto al letto, di fronte alla scrivania. Era apparso all’improvviso una sera di venti anni prima e dopo un’iniziale difficile convivenza avevamo raggiunto un compromesso: io lasciavo in pace lui e lui non disturbava me. Passavano giorni, a volte settimane senza che ci vedessimo. Quasi sempre usciva quando tornavo a casa da una serata al Circolo, ubriaco o fatto; a quel punto eccolo sbucare prontamente dall’armadio per tormentare le mie nottate impedendomi di dormire. Col tempo, non so perché, il tacito accordo di non belligeranza è saltato e lo gnomo è diventato sempre più molesto.
   Il Circolo era l’appartamento di Tony, un tugurio dove ci riunivamo spesso per discutere di libri, fare progetti rivoluzionari e utopistici per cambiare il mondo (progetti che il mattino dopo prontamente non ricordavamo più) e soprattutto bere, bere, bere. Rientrato a casa, non appena mi coricavo lo gnomo saltava sul letto e mi faceva gli scherzi. Mi tappava le narici, mi faceva solletico con la coda, mi poggiava il culo brufoloso sulla faccia, eccetera.
   Una volta mi svegliò perché si era messo a scoparmi un orecchio.
   “Che cazzo fai!” dissi dandogli una manata che lo fece volare giù dal letto.
   Lui sorrise in quel modo beffardo che solo lui aveva e venne a sedersi sulla mia pancia.
   “Ok, sono ubriaco. Non puoi lasciarmi stare una volta tanto?”
   Lo gnomo fece di no con la testa poi salì sulla scrivania e si mise a cagare sul portatile, che fortunatamente era chiuso. Avevo imparato col tempo che incazzarmi era inutile, anzi controproducente. Se mi fossi alzato dal letto e avessi cercato di acchiapparlo sarebbe diventato ancor più dispettoso. Magari oltre a cagare sul pc avrebbe imbrattato di merda anche la libreria, mandandomi letteralmente fuori di testa.
   “Ok testa di cazzo, mi arrendo. Ti sei divertito? Ora puoi tornare nel tuo antro.”
   Parve deluso dalla mia resa. Pisciò dentro a un cassetto e tornò nell’armadio.
   La mattina dopo mi svegliai a mezzogiorno. Non ricordavo granché della serata precedente da Tony al Circolo. Ma la cagata sul pc e il forte odore di urina proveniente dal cassetto dove tenevo diari e manoscritti mi riportò alla mente la nottataccia con lo gnomo.
   “Grande figlio di puttana!” esclamai rivolgendomi all’armadio chiuso. “Prima o poi ti infilo uno spiedo su per il culo e ti faccio alla brace. Mi senti lì dentro?”
   Pulii la merda e misi quaderni e fogli ad asciugare.
   Da qualche tempo lo gnomo aveva cominciato a esagerare. Quando era apparso per la prima volta nel 1996 non era così stronzo. Sì, si divertiva a farmi incazzare anche allora ogni tanto, ma non oltrepassava mai certi limiti. Ricordo bene il primo giorno, o meglio la prima notte del nostro incontro: dopo essere tornato ubriaco dal Bar Collomanonmollo sbucò improvvisamente dall’armadio e con un “buh!” mi fece prendere quasi un colpo mentre seduto sul letto cercavo a fatica di sfilarmi i Doctor Martens. Tornò subito dentro.
   “Cazzo era quel coso?!” feci ad alta voce.
   Passato lo stupore mi convinsi di aver avuto un’allucinazione. Trascorsi due giorni, sempre di ritorno un po’ sbronzo dal bar, il fatto si ripeté. Capitò poi ancora, ancora, ancora… Si sono succeduti gli anni e con essi, come ho già detto, è aumentata la sua stronzaggine. Io sono invecchiato mentre lo gnomo ha sempre lo stesso aspetto strafottente e disgustoso. Ultimamente provo un po’ di disgusto anche nei miei confronti. Tutte le sere che rincaso ubriaco – e capita sempre più spesso – lo gnomo è già lì davanti all’armadio ad aspettarmi per ricordarmi quanto schifo mi faccio.

   Il mese scorso è successo qualcosa. Rientrato dal Circolo sorpresi lo gnomo seduto alla scrivania. Il pc era acceso e il piccolo essere malefico fissava sullo schermo una pagina bianca di word. Si voltò lentamente e mi osservò, uno sguardo duro, concentrato, intenso, che non gli avevo mai visto. Mi strizzò l’occhio e in quel momento ebbi come un’illuminazione. Capii. Provai quasi l’istinto di andarlo ad abbracciare. Lui invece si alzò sulla sedia, puntò il culo nella mia direzione e dopo aver mollato una lunga e rumorosa scoreggia sparì dentro all’armadio.
   Da allora non l’ho più rivisto, nemmeno quando sono tornato ubriaco dal Circolo. Da quel giorno mi sono seduto al pc e ho cominciato a riempire pagine di word.
   Forse un giorno ricomparirà, ma sono certo che non sarà così stronzo. Dopo tutto voglio bene allo gnomo. È una parte di me.
  
   
GIGIONE


Senza Gigione il Venus non sarebbe stato famoso com’era. Tutti associavano il nome del Venus a Gigione. Se per caso qualcuno, menzionando il locale, non capiva di quale pub si stesse parlando, bastava dirgli: “Dai, quello con il gigante che fa tutte quelle domande balzane.”
   “Ah il Venus!” veniva subito spontaneo all’illuminato interlocutore.
   Gigione era un bambino di cinque anni intrappolato nel corpo di un energumeno di trenta. Ogni volta che lo vedevo al Venus non potevo fare a meno di pensare che gli sarebbe bastato dare una manata in faccia per mandare un cristiano all’altro mondo, o come minimo far regredire per sempre anche il suo cervello all’età di cinque anni. Ero e sono convinto che se avesse sfidato sul ring il più forte peso massimo professionista, lo avrebbe messo k.o. al primo cazzotto.
   Tutte le sere del weekend, da venerdì a domenica, Gigione si piazzava subito dopo l’ingresso del Venus, accanto alla cassa, e dalla sua postazione privilegiata poneva le domande più assurde agli avventori del pub. Tony, il barman proprietario, lo lasciava fare perché in fin dei conti non dava fastidio a nessuno e aveva capito che la sua presenza portava una ventata di notorietà in più al Venus. Pubblicità gratuita.
   Di solito aveva tre domande principali nel suo repertorio: “Che tempo fa domani?”, “Quando viene il terremoto?” e “Verremo mai colpiti dai meteoriti?”.
   I temporali, i terremoti e i meteoriti erano le sue tre grandi fobie, così bastava rispondergli che domani sarebbe stato bel tempo, che il prossimo terremoto sarebbe venuto tra cent’anni e che i meteoriti cadono in testa solo ai matti e gli si stampava in volto un’espressione serena e soddisfatta. Qualche stronzo si divertiva a farlo agitare dicendogli per esempio che tuoni e fulmini avrebbero flagellato il paese entro poche ore. La sua faccia allora si trasformava in una maschera di terrore, fino a che Tony non lo rincuorava dicendo che stavano scherzando. Gigione continuava comunque imperterrito a chiedere ad altri avventori.
   Abitualmente io sedevo con la mia birra (con le mie birre!) sullo sgabello più vicino alla cassa, con Gigione che orbitava quasi sempre alle mie spalle. Dopo i soliti cinque minuti con le sue solite domande preoccupate e le mie solite risposte ansiolitiche, mi lasciava stare per andare alla ricerca di altre “vittime”.
   Solo una volta mi fece una domanda diversa da “Che tempo fa domani?” e compagnia bella.
   “Scusi (dava sempre del Lei a tutti), sa se gli scienziati hanno inventato un modo per far resuscitare i morti? Mia nonna è morta e mi piacerebbe riaverla con me.”
   Povero Gigione. Gli dissi che purtroppo, per quel che ne sapevo, non avevano ancora inventato niente. Ma chissà che un giorno… Non disperare Gigione!
   Quando Tony metteva in sottofondo la musica degli AC/DC – solo con quella – Gigione dimenava il testone abnorme sorridendo come inebetito e diventando ancor più un’attrazione per i frequentatori del Venus. Il barman una volta mi raccontò, e non sono sicuro che mi prendesse per il culo, che un circo voleva ingaggiare il gigante per portarlo in tour come fenomeno da baraccone.
   Non so se fosse nato così o lo fosse diventato in seguito a qualche incidente; una leggenda che girava al Venus narrava che fosse rimasto appeso a testa in giù per ore una volta che da bambino si era arrampicato su un albero per raccogliere ciliegie. Qualcun altro diceva che lo aveva colpito un fulmine, spiegando così anche la sua paura per i temporali.
   Credo vivesse con la madre in una villa dell’Ottocento alle porte del paese, lavorando qualche ora al giorno come spazzino comunale, assunto con un contratto per l’inserimento lavorativo dei disabili. Quando pioveva o minacciava brutto tempo era però esentato dal presentarsi al lavoro.
   Il gigante non era insensibile al fascino femminile. Quando rivolgeva le sue domande a una ragazza attraente il suo volto si illuminava di una luce diversa, in particolare quando si rivolgeva a Laura, della quale si era preso una cotta. Si vedeva da come si agitava quando la vedeva entrare al Venus. A chiederle del tempo diventava tutto rosso. Laura era sempre gentile con lui, ma era anche l’unica che doveva dirgli “basta” perché si dilungava un po’ troppo con lei. Dopo averle parlato potevano anche dirgli che stava venendo un terremoto devastante ma lui se ne stava fermo e sorridente a ciondolare il capoccione mastodontico, dentro al quale chissà che film mentale si stava svolgendo.
   Laura aveva poco più di vent’anni. Non frequentava spesso il Venus, ma credo che Gigione venisse al pub solo con la speranza di vederla ogni tanto.
   Un venerdì trovai il Venus chiuso, con un’ambulanza e tre macchine dei carabinieri che ne bloccavano l’entrata. C’era una gran confusione fuori dal locale. Il maresciallo si stava facendo medicare una ferita sulla fronte da un’infermiera. Chiesi a un ragazzo e una ragazza che si stringevano l’un l’altra per farsi forza cos’era successo.
   “Gigione” disse lui con la voce che gli tremava. “Una tragedia.”
   Vidi Tony uscire scuotendo la testa disperatamente. I carabinieri facevano domande a persone che non molto tempo prima dovevano essersi trovate dentro al Venus. Arrivarono dei giornalisti e anch’essi si misero a fare domande a destra e a manca.
   Fu Banana, uno degli habitué del locate, a spiegarmi cosa era successo. Raccontò una versione scevra di particolari. Solo i giorni seguenti si capì meglio come erano andate le cose: Laura era al Venus e ovviamente come ogni venerdì c’era anche Gigione. Lei era andata in bagno e lui l’aveva seguita. Pare si fosse messo a spiarla dall’alto del muro che divideva il bagno dei maschi da quello delle femmine, essendoci uno spazio aperto lassù. La ragazza se n’era accorta e le era scappato un grido; a quel punto Gigione doveva essere andato nel panico più totale, era uscito dal bagno dei maschi ed era entrato nella toilette che occupava Laura; forse voleva scusarsi ma la ragazza, presa dal panico più del gigante, aveva iniziato a urlare più forte. Lui allora le aveva spezzato il collo, probabilmente, penso io, come un qualsiasi altro essere umano spezzerebbe un ramoscello d’ulivo. A quel punto, vedendo la ragazza inerte tra le sue braccia, Gigione si era eccitato, aveva spogliato il cadavere ancora caldo della giovane e l’aveva penetrata squarciandole letteralmente la vagina. Un tizio che era entrato in bagno si era accorto di quello che stava succedendo nel wc delle donne e aveva chiamato aiuto. In sei gli erano saltati addosso per fermarlo, ma lui aveva continuato il suo amplesso come se niente fosse, venendo tra le gambe sanguinanti di Laura. Si era tirato su i pantaloni ed era tornato al suo posto. Tony aveva chiamato 118 e carabinieri, che dopo una lunga colluttazione, aiutati da alcuni giovani presenti, avevano bloccato Gigione, il quale vistosi minacciato da tante persone era diventato una furia.
   Mentre ero lì ad ascoltare la versione di Banana, arrivò un furgone della celere. Poco dopo uscì Gigione scortato da due agenti, ammanettato e sicuramente imbottito di anestetico per cavalli. I giornalisti lo assalirono con raffiche di domande, mentre i carabinieri cercavano di disperderli. Prima che salisse sul furgone lo vidi rivolgersi a Tony.
   “Che tempo fa domani?” gli chiese.
   “C’è il sole” rispose il barman.
   Vidi la felicità dipingersi sul volto di Gigione prima che gli sportelli si chiudessero.
   Sì Gigione, per te ci sarà sempre il sole. Siamo noi, invece, che aspettiamo il temporale.
  

LA MIA EX


La mia ex ha 70 anni ed è la mia ex  da 50. Io sono morto una trentina di anni fa ma questo non mi impedisce di scrivere.
   Per la cronaca un tumore al fegato mi ha riportato nell’eternità dalla quale venivo poco più che quarantenne. Facevo lo scrittore quando ero in vita. Cioè, non è che lo facessi di professione, ma era una delle poche cose che mi faceva sentire vivo. Per campare facevo lavoretti saltuari immaginando nel frattempo le storie che avrei scritto nel tempo libero.
   Avevo scoperto la passione per la scrittura durante il periodo in cui la mia ex non era ancora la mia ex. Le scrivevo valanghe di lettere. Non essendo mai stato bravo con le parole dette e neppure a esternare sentimenti, metterli – i sentimenti – su carta mi liberava da diversi fardelli emotivi permettendomi di render manifesto l’amore che provavo. Ma è stato solo dopo che la mia ex è diventata la mia ex che la mia ars ha fatto un salto di qualità mezzo secolo prima.
   Ero innamorato perso della mia ex quando non era la mia ex, ma ho capito solo quando è diventata a tutti gli effetti la mia ex quanto la amassi. Uno come me aveva però un destino che non si accordava con il suo. Come lei, avrei desiderato una famiglia con tre o quattro figli, purtroppo i punti in comune si fermavano lì. Lei era una ragazza che puntava alla carriera lavorativa, desiderava un marito facoltoso, la villetta indipendente, il macchinone galattico, il macchinino figo, i vestiti alla moda, le vacanze estive al mare, quelle pasquali all’estero e le natalizie in montagna; la mia natura era tutt’altra, incompatibile con la sua, tanto che presto lei è diventata una volta per tutte la mia ex.
   Il tempo e il destino hanno fatto il loro corso; mente io facevo i conti con la mia indole artistica e il mio spirito maledetto, lei ha trovato l’uomo che faceva al caso suo, che le ha permesso di ottenere ciò che agognava.
   Non mi lasciò per lui però; mi lasciò semplicemente perché LEI era LEI, IO ero IO e LEI + IO non dava nessun risultato. Non funzionavamo insieme e il nostro tempo si è esaurito. Ho sofferto, ho scritto, sono guarito, ho scritto ancora, sono cresciuto, ho continuato a scrivere. Infine sono morto.
   Ora vedo la mia ex seduta sulla panchina di un parco, attorniata dai nipotini. Sembra una nonna serena, felice della vita che ha vissuto. Una nuvola passa momentaneamente davanti al sole. Già, la nuvola! Arriva insieme a suo marito, ottant’anni portati egregiamente. I nipoti corrono incontro al nonno, lo abbracciano, lui scherza con loro. Si siede accanto alla mia ex, che lo guarda ancora con quello sguardo sognante che aveva da giovane innamorata. E in effetti innamorata di suo marito lo è sempre stata, fedele come un cagnolino e orgogliosa del suo uomo tanto da farlo notare alle amiche ad ogni occasione.
   “Fortuna” che non ha visto quello che ho visto io da qua… Non credo che adesso lo guarderebbe con quegli occhi, dubito che ora sarebbe lì con lui. Avesse visto quante troie si è scopato in tutti questi anni e che, grazie all’“amica blu”, ancora scopa ogni tanto, la strada della sua vita avrebbe preso un’altra direzione.
   Ricordo quando la mia ex era in procinto di diventare la mia ex che le dissi: “Al mondo non incontrerai mai uno più fedele, onesto e sincero di me.” Ero forse un po’ troppo melodrammatico, ma una cosa è certa: era tutto vero. Lei invece ha preso per vera la più falsa delle commedie.
   Osservandola in questo momento, così sicura di sé e delle basi che hanno sostenuto il suo castello di certezze sentimentali e materiali, mi rendo conto di quanto la vita sia ILLUSIONE. La mia ex è stata illusa dalla vita e così è vissuta felice e contenta come la principessa delle favole. Una favola le è stata raccontata. E lei ci ha creduto.
   Anch’io, per quel poco che ho transitato sulla Terra, sono stato felice, perché anch’io, dopotutto, credevo nelle favole. Con la differenza che quando queste favole mi venivano raccontate per “incularmi” me ne accorgevo, magari non subito ma me ne accorgevo.
   Comunque, poco importa. Io, la mia ex e tutti voi, tiriamo avanti allo stesso modo, illudendoci, facendo il nostro viaggio, credendo alle nostre favole. Bisogna pur vivere.
   E adesso, vi aspetto qua.


LA MANO DI DORIANO GAY


Difficile da credere ma Doriano Gay non è un prodotto della fantasia di qualche autore di noir o un fantasma proveniente da antiche leggende popolari. Doriano Gay è vissuto davvero in un castello del Chianti fino a una decina di anni fa.
   Viveva in questo signorile maniero che si erge maestoso all’apice di una collina che domina chilometri di vallate ricoperte di vigneti. Sua madre era stata proprietaria di quei terreni fino alla morte; quando il figlio aveva ereditato, aveva venduto tutto, compreso il castello (tenendo per sé solo un piccolo appartamento nell’ala più dismessa), per pagare i continui debiti di gioco.
   Il padre era stato un soldato americano di stanza a Camp Darby vicino a Pisa. Aveva conosciuto la madre di Doriano quando lei era poco più che maggiorenne, l’aveva messa incinta, si erano sposati e dopo pochi mesi, durante un’esercitazione militare, per errore una granata lo aveva dilaniato.
   Doriano era cresciuto con la madre, manifestando una precoce natura viziosa, consolidatasi definitivamente dopo aver conseguito la laurea in psicologia. Finita l’università non aveva fatto altro che giocare in bische clandestine e casinò, oltre a spendere un patrimonio in alcol, droghe e donne, spesso escort dal cachet di milioni di lire a serata.
   Nel corso degli anni i debiti si erano accumulati. Quando la madre aveva scoperto il loro ammontare era praticamente morta di crepacuore. Così, poco dopo aveva venduto il castello di San Casciano in Val di Pesa a dei trafficoni russi e i vigneti del circondario a degli imprenditori della zona.
   Tra le sue peculiarità Doriano ne aveva una rarissima, forse unica: a quarantasei anni sembrava un ventenne. Nonostante la vita sregolata che conduceva, non una ruga solcava il suo volto, fresco e rilassato come quello di un ragazzino in salute. Questo fatto misterioso destava curiosità e sospetto tra le fila dei suoi conoscenti. Molti coetanei lo invidiavano non poco.
   “Come cazzo fa a mantenersi così, con la vita che fa e le porcherie che assume?!”  si chiedevano. “Avrà mica venduto l’anima al diavolo?”
   È vero, Doriano non invecchiava in viso e nemmeno nel fisico. La sua libido non era calata di una virgola da quando aveva fatto sesso per la prima volta a quindici anni con una prostituta, anzi, più passava il tempo più gli aumentava la voglia insieme alla vigoria amatoria.
   Un’altra caratteristica evidente era il guanto che indossava perennemente sulla mano destra. Era un guanto di seta, nero. Ai curiosi che gli chiedevano il perché di quel vezzo rispondeva che da piccolo era caduto con la mano sulle braci roventi del camino; la mano ne era uscita gravemente ustionata e da allora portava il guanto. Che il guanto nascondesse una mano mostruosamente deturpata era verità, falsa era la causa che gliela aveva rovinata.
   Sotto quel guanto nero si celava la mano grinzosa e nodosa di un vecchio ultracentenario. Nemmeno Doriano poteva spiegare quell’anomalia. Non aveva mai mostrato a nessuno il suo arto rattrappito, che aveva cominciato a invecchiare da quando una sera di tanti anni prima, giovanissimo, si era seduto alla scrivania con un foglio e una penna, penna che stringeva proprio la mano destra.
   Come detto non poteva spiegare, ma Doriano sentiva in un angolo nascosto della sua anima il perché… Quella sera di anni addietro con una penna in mano e un foglio sotto agli occhi non aveva firmato un patto con il diavolo, aveva semplicemente cominciato a scrivere una storia, il suo primo racconto. Da quel momento il tempo si era come fermato. Doriano Gay era rimasto giovane d’aspetto, di mente, di spirito e di fisico. Solo la mano che usava per scrivere era invecchiata a ritmo più che raddoppiato.
   Intuito questo potere, Doriano aveva cominciato ad abusarne. Quella particolare condizione gli procurava alcuni vantaggi – per uno con la sua indole – tra i quali il poter vivere una “vita spericolata” senza nemmeno accusare i postumi di una sbronza o dover fare una fermata ai box per ricaricarsi. Gli bastava aprire un quaderno e scrivere: tornava subito come nuovo. A parte la mano.
   Al gioco aveva iniziato ad accumulare debiti molto prima che la madre morisse, quando lui aveva trentacinque anni. Li aveva accumulati con gente con la quale era meglio non scherzare. Quando riusciva ad appianarli, nel giro di pochi giorni tornava con l’acqua alla gola. Dopo aver venduto tutto quello che poteva vendere i soldi scarseggiavano. Di andare a lavorare non ci aveva mai pensato e iniziare a quarantasei anni non lo sfagiolava affatto.
   “E se provassi a pubblicare i miei racconti?” si chiese. “Magari faccio il colpaccio e ridivento ricco!”
   Il libro di racconti lo pubblicò e se da un lato non vendette più di duecento copie ad amici e conoscenti, dall’altro ebbe il vantaggio di farlo sentire ancor più IMMORTALE.
   Una sera il campanello del suo appartamento al castello suonò. Due loschi energumeni erano alla porta. Senza tanti complimenti entrarono e legarono Doriano a una sedia.
   “Don Mimmo è stanco di aspettare” disse uno dei due. “Tu prometti sempre di pagare ma non lo fai mai. Don Mimmo l’ultima volta aveva promesso che se non pagavi ti avrebbe tagliato una mano. Don Mimmo è uomo di parola, uomo d’onore. Ce li hai i soldi per pagare i tuoi debiti a don Mimmo?”
   “La settimana prossima saldo tutto. Prometto.”
   Senza aggiungere altre parole uno dei due gorilla liberò dalle corde la mano destra di Doriano e la mise sul tavolo.
   “State scherzando?” domando con voce tremula Doriano. “Ok ok, domani, domani pago. Ve lo giuro!”
   “Mi spiace” disse uno dei due guappi mentre l’altro apriva una valigetta che si era portato appresso e tirava fuori un machete. “Era la tua ultima possibilità.”
   Detto questo tenne con forza l’avambraccio di Doriano sul tavolo. Tutto si svolse nel giro di pochi secondi. Il machete troncò di netto la mano guantata di Doriano, il quale era talmente incredulo per ciò che gli avevano fatto che nemmeno urlò. Improvvisamente la pelle del suo volto cominciò ad avvizzire, il corpo a prosciugarsi. I due scagnozzi si guardarono esterrefatti, il terrore che di solito incutevano negli altri si era impossessato di loro. Scapparono via a gambe levate.
   Il giorno seguente, i carabinieri, avvertiti da non si sa chi, entrando nell’appartamento di Doriano Gay trovarono uno scheletro legato a una sedia e sul tavolo la mano destra mozzata appartenuta probabilmente ad un giovane ragazzo.
   A quel tempo mi impedirono di scriverne, soprattutto i dettagli. Ho seguito il caso come giornalista inviato de “La Nazione” e posso affermare che la storia di Doriano Gay è assolutamente vera, ma per la pace delle anime terrestri è meglio credere che sia solo il frutto nato dalla fantasia di uno scrittore.
  
  

LA PARTITA DELLA VITA


Se avessimo vinto quella partita, per la prima volta nella sua lunga storia l’Emiliana sarebbe salita nell’Olimpo del calcio. La serie A. Nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo a inizio stagione, tutti gli addetti ai lavori, tanto per cambiare, ci vedevano come la più seria candidata alla retrocessione. Invece partita dopo partita l’Emiliana scalava la classifica dell’impegnativo campionato cadetto.
   Dopo una decina di campionati di serie B disputati con l’acqua alla gola dall’inizio alla fine,  con l’unico obiettivo di raggiungere la salvezza il più presto possibile, ecco che arriva il magic moment, ecco che va in scena la stagione perfetta, dove tutto sembra andare per il verso giusto.
   Anche io ero in stato di grazia, il mio campionato era stato strepitoso. A trentatre anni avevo forse la più grande occasione della mia carriera, una carriera tutta trascorsa nell’Emiliana, facendo la trafila dalle giovanili alla prima squadra. Da un paio d’anni indossavo la fascia di capitano pur non avendo il carisma del leader, ma dopo l’abbandono del veterano – il forte difensore ex Nazionale Tarcisio Baronchelli – un referendum all’interno dello spogliatoio voluto da mister Borini mi aveva eletto nuovo capitano. Ne ero fiero. Ormai erano anni che i giornali, accanto al mio nome, aggiungevano spesso la parola “bandiera”. Dopo una così lunga militanza potevo considerarmi a tutti gli effetti la bandiera dell’Emiliana.
   Quell’anno avevo persino già segnato 11 reti, il mio record personale, un ottimo bottino per un’ala destra ormai stagionata che continuava a macinare chilometri su e giù per la fascia.
   Si giocava dunque Emiliana – Bologna, ultima di campionato, con la formazione ospite già matematicamente promossa da settimane.
   Prima del match eravamo ovviamente tutti carichi e concentrati, ma non avevamo messo in conto che gli avversari avrebbero sputato sangue per metterci il bastone tra le ruote. Purtroppo durante il match di andata allo stadio Dall’Ara, da noi vinto 0 a 2 grazie a una doppietta del bomber Segoloni, c’era stato qualche sfottò di troppo da parte di qualche nostro giocatore nei confronti degli avversari. I felsinei avevano promesso di farcela pagare cara e così… eccoci qui… a giocare una partita che sembrava dovessero vincere loro a tutti i costi.
   Noi, anche a causa della tensione, giocammo la peggior partita della stagione; io non ero mai stato così abulico e statico, mentre tutti e undici in campo eravamo in balìa del Bologna. Avevo sognato quella partita una vita intera e adesso non ne azzeccavo una. Mi sembrava di avere le gambe di piombo. Ma nonostante l’impasse mio e di tutta la squadra, nonostante il Bologna giocasse con il coltello tra i denti, il risultato non si sbloccava e per noi c’era ancora speranza.
   Al 70° minuto, su cross dalla sinistra dell’oriundo brasiliano Euripides, ebbi l’occasione per entrare definitivamente nella storia del calcio italiano e dell’Emiliana in particolare: mi ritrovai la palla praticamente sulla linea di porta, ero solo, bastava appoggiarla in rete. In quell’istante tutte le leggi della fisica vennero sovvertite. Andai sicuro sul pallone, già pronto a esultare, ma la palla che calciai a due centimetri dalla linea colpì la traversa. Sul ribaltamento di fronte, l’idolo delle folle rossoblu Tranfolanti, in un micidiale contropiede segnò lo 0 a 1. Ero incredulo; i 25.000 tifosi assiepati sugli spalti dello stadio Artemio Banfi erano ammutoliti, l’atmosfera era improvvisamente diventata surreale. Un magone soffocante mi salì alla gola. Mi ripresi, o almeno cercai di andare avanti…
   Cinque minuti dopo l’arbitro fermò il gioco per permettere un cambio. Mi voltai verso la mia panchina e vidi che un nostro dirigente stava alzando il cartello con il numero 7, il mio numero!
   “Che cazzo fa?!” mi venne spontaneo.
   Mister Borini mi stava richiamando in panchina; al mio posto era pronto a entrare il giovane talento Caccamo, promessa del calcio nostrano.
   Avevo commesso molti errori, sentivo che non ero brillante come nelle gare precedenti, ma ci tenevo troppo a quella partita. Inoltre volevo rimediare all’errore madornale appena commesso. Guardai il mister e gli feci cenno come per dire: “Io? Ma sei sicuro?”
   Il mister fece di sì con la testa. La mia reazione fu puerile. Purtroppo ci sono eventi nella vita talmente inaspettati e carichi di emozione che non si può prevedere come verranno affrontati. Nell’uscire dal campo non diedi la mano né a Caccamo né al mister, anzi, mi tolsi la maglia e gliela gettai ai piedi. Lo stadio intero notò la cosa e mi fischiò sonoramente accompagnandomi verso il tunnel che portava agli spogliatoi. Qui mi sedetti al mio posto sulla panchina, appoggiando i gomiti alle ginocchia e prendendomi la testa tra le mani. Speravo con tutto me stesso che i miei compagni ribaltassero il risultato per dimenticare le cazzate fatte poc’anzi e festeggiare la gioia più grande mai provata. Non accadde. Quando sentii il triplice fischio dell’arbitro, sembrava che gli spalti sopra di me fossero vuoti.
   I compagni rientrarono avviliti e a quel punto scoppiai a piangere come un bambino. Chiesi scusa a tutti, ai compagni, al mister, al presidente che nonostante la delusione aveva trovato lo spirito per venirci a rincuorare.
   Per la cronaca in serie A salirono, oltre al Bologna, il Bari e l’Avellino, che approfittando della nostra sconfitta ci superò ringraziando di cuore sia noi che il Bologna.
   Rimasi all’Emiliana anche la stagione successiva, ma l’anno prima avevo dato tutto e le batterie si stavano esaurendo; la partita col Bologna poi, aveva lasciato un segno profondo, un’ombra, un’onta indelebile in me. A parte la prestazione insufficiente, che poteva capitare a chiunque, il gesto che avevo fatto alla sostituzione aveva tracciato un solco tra me e i tifosi, che si erano sentiti traditi dalla loro bandiera. Anche la società, che mi aveva promesso un ruolo da dirigente una volta smesso di giocare, mi disse che non era più il caso… Per farmi perdonare non erano bastate le scuse – peraltro assolutamente sincere – che mi ero premurato di fare a tutti, de visu, sui giornali e per televisione.
   Borini mi aveva lasciato la fascia di capitano ma la vecchia bandiera era ormai ammainata. Quell’anno, brutta copia della squadra che per un pelo non era stata promossa in serie A, retrocedemmo in serie C.
   Venni ceduto alla Brancaleone F.C. in serie D per disputare il mio ultimo, mediocre campionato. L’Emiliana intanto tornò subito in serie B grazie ai gol di Caccamo, che mi aveva prontamente sostituito nel cuore dei tifosi e che presto avrebbe fatto le fortune del Napoli e della Nazionale.
   Ho smesso da anni di giocare, adesso lavoro come cassiere in un supermercato per mettere insieme gli anni per arrivare alla pensione. Ogni tanto faccio un incubo, sempre lo stesso, che mi tormenta le notti: sogno quella palla maledetta che colpisce la traversa. Quando succede mi sveglio sudato e angosciato. Mi alzo dal letto – vuoto dopo che anni fa mia moglie se n’è andata di casa con nostra figlia piccola – vado in cucina e per calmarmi mi scolo un bicchiere di Biancosarti. Torno a letto e per riaddormentarmi provo a immaginare come sarebbe stato il resto della mia vita se in quell’istante la palla da me calciata avesse gonfiato la rete anziché colpire la traversa.

   Sarebbe stata tutta un’altra storia.