giovedì 7 settembre 2017

Racconti della raccolta VOLEVO SOLO ESSERE NORMALE (parte 3)


SERATE ESTIVE AL VECCHIO BAR 88


Avevo una donna che mi rinfacciava sempre il fatto che passassi troppo tempo al bar a bere e a cazzeggiare. Aveva ragione, ma adesso la donna l’ho lasciata e il bar lo frequento ancora.
   Di una donna posso fare tranquillamente a meno, mentre non posso fare a meno del bar, che considero come una seconda casa. Nei paesi piccoli come il mio è il più importante centro di aggregazione della popolazione, ritrovo di giovani compagnie, punto d’incontro di pensionati e dopolavoristi. È un universo variegato quello del bar, composto da un’incredibile fauna umana. Se uno scrittore, un autore, un comico o chiunque voglia trovare ispirazione entra in un bar come quello che frequento io, gli si aprirà davanti un mondo di idee, spunti, folgorazioni.
   Il mio bar si chiama Vecchio Bar 88. Prima si chiamava solo Bar 88, poi il gestore dell’epoca volle aggiungere “Vecchio” per replicare al Nuovo Bar Toni che stava sottraendo clientela all’88 e da quando aveva aggiunto “Nuovo” vinceva tutte le edizioni del torneo dei bar di calcio.
   Adesso il Vecchio Bar 88 lo hanno preso i cinesi; anche il Nuovo Bar Toni è di proprietà cinese. In effetti al mio paese, dei setto o otto bar che ci sono, è rimasto solo il bar della Chiesa a non essere cinese.
   Il bar lo frequento tutto l’anno ma d’estate quasi quotidianamente. D’estate infatti si trasforma in quel crogiolo di razze e personalità di cui davo cenno poc’anzi. In una tipica serata estiva vi si trova di tutto

   Venerdì di inizio agosto. È una tipica serata estiva, dove gente non ancora via per le ferie incrementa il normale numero di aficionados del Vecchio Bar 88.
   Sono le 18, orario da aperitivo, e non si potrebbe scattare una foto migliore che in questo momento per descrivere il bar ai posteri e agli storici.
   Io sono lì dalle 17, che tanto non avevo nulla da fare: poca ispirazione per scrivere, giornata torrida, condizionatore rotto e cervello in stand-by.
   Avevo già bevuto due spritz e fumato varie sigarette quando è arrivato Albert seguito da Simo, i miei “compagni di sbronze”. Oltre a essere colleghi di bevute sono anche i miei compagni di sbarazzino, il gioco di carte che impegna buona parte del nostro tempo al bar. Spesso ho dovuto ascoltare accuse del tipo che giocare a carte è roba da vecchi o una perdita di tempo, ma chi dice questo non può capire tutta la filosofia che si nasconde dietro al gioco delle carte. A costoro non rispondo mai se non con uno sguardo compassionevole.
   Ci giochiamo sempre da bere io e i miei compari. Quando c’è Zizza giochiamo a coppie, ma oggi che siamo in tre giochiamo in tre, ché si gioca lo stesso. Vince chi arriva prima al punteggio di 41 e questo venerdì agostano non ce n’è per nessuno: spazzo via con facilità i due biscazzieri a cui concedo la rivincita, ma anche quella è una formalità, così la Ceres che mi sono bevuto durante la partita è pagata.
   Vorrebbero giocare ancora ma non ne ho più voglia. Li lascio proseguire il match al tavolino sotto la veranda che normalmente occupiamo per le nostre sfide e mi siedo con un’altra Ceres appartandomi accanto alla siepe a osservare la gente del bar.
   Al bancone – lo vedo attraverso la vetrata – c’è Tony che parla con Susy e Sara, le due bariste cinesi. È visibilmente ubriaco; fortunatamente non è uno di quei coglioni che appena vanno oltre la soglia dell’ebbrezza diventano molesti. Lui rimane sempre tranquillo anche se leggermente fastidioso. Gli si legge in faccia che vorrebbe scopare le ragazze, ma la vedo dura: Susy è sposata con il proprietario del bar, mentre Sara che ha appena vent’anni non ne vuole sapere di cazzi italiani.
   A due metri da me c’è un tavolo occupato da cinque vecchietti che passano al bar tre quarti delle loro giornate. Li vedo che osservano due ragazzine nemmeno diciottenni che erano state probabilmente in piscina a giudicare dai costumi e dal pareo che indossano. Commentano in dialetto bolognese tra di loro, rimpiangendo i tempi andati. Certo è che se avessero l’occasione, una botta alle due bambine la darebbero anche adesso senza pensarci un secondo.
   Ho sempre pensato che diventare un vecchio bavoso da bar fosse una delle cose più tristi che potessero capitare a un uomo. Spero di morire prima nel caso.
   Arriva Elena che mi saluta prima di entrare al bar. È in compagnia di Samir, un tunisino che ammiro come pochi: beve birra, mangia maiale e ritiene tutte le religioni delle cagate utili solo per soggiogare le masse ignoranti. Elena è mia amica. Ci dà di cocarum già all’aperitivo e in un’ora è capace di farne fuori tre o quattro. Una volta l’hanno vista bere acqua e stare male subito dopo. Ogni fisico ha le sue intolleranze!
   Non mi ero accorto che dietro al tavolo di pensionati assatanati giocano a carte anche Lia e Enzo, una coppia di quelle ignoranti forti, che appena vedono uscire dalla porta del bar due migranti ospiti del paese che avevano fatto una ricarica telefonica commentano a voce alta: “Tornate a casa vostra zulù”. Ricordo che quando ero bambino dicevano la stessa cosa ai loro genitori siciliani.
   Al tavolo dei vecchi si aggrega il Bitter, un ultras del Bologna, e l’argomento si sposta momentaneamente dalla figa al calcio.
   All’interno del bar noto trambusto. Dopo un po’ esce Giulio che riferisce ai presenti nella veranda che Tullio, Rino e Fiorenzo si erano infervorati a parlare di politica. Tullio è leghista, Rino renziano e Fiorenzo comunista vecchio stampo. Un mix esplosivo!
   “Ho offerto un prosecco a tutti e tre e si sono calmati all’istante” dice Giulio visibilmente soddisfatto per il suo ruolo di paciere.
   Il potere terapeutico dell’alcol si intuisce anche osservando Luigino, un giovane operaio appena tornato dal lavoro, che grazie a due Campari con vino ha trovato il coraggio di attaccare bottone con Jessica, una bella ragazza che passa spesso per il bar in orario pre cena.
   “Ma vieniiiiiii!” sbotta all’improvviso Albert facendo prendere un colpo a Scroccapaglie che sonnecchiava lì a fianco. Ha battuto Simo e vinto uno spritz. Simo si alza per andarlo a pagare dicendo all’amico che è un gran busone!
   Scroccapaglie si congratula con Albert prima di chiedergli una sigaretta.
   “Du’ maròn!” esclama Albert offrendogli l’ennesima.
   Mentre sono lì che osservo le tette di Olga la Cagnara passata col cagnolino a salutare due amici, pensando che forse sì, sto proprio diventando come i vecchi bavosi lì a fianco, sbuca Jack che con una pacca sulla spalla allontana i miei pensieri impudichi.
   “Ave Manser! Oh ho letto il tuo ultimo libro. Oh, mi ha salvato la vita.”
   “Eeeh esagerato” faccio io.
   “Ti giuro, oh, stavo pensando di suicidarmi facendomi esplodere imbottito di tritolo durante la messa delle 10 quando il tuo libro mi ha illuminato… Oh ho deciso di resistere…”
   Jack è forse il personaggio più balzano che frequenta il bar; è anche una delle persone più pensanti e sensibili che conosco. Beve forte e sicuramente usa sostanze stupefacenti delle più svariate nature e provenienze, ma più è alterato più il suo “occhio interiore” si acuisce, ampliandone la visione introspettiva e filosofica della vita. Quando Jack è sballato le sue porte della percezione sono spalancate, permettendogli così di vedere oltre, lontanissimo, dove i comuni mortali non possono.
   Mi vuole offrire a tutti i costi una birra e nonostante sia già saturo di alcol accetto un’altra Ceres. Ne prende una anche lui e brindiamo alla faccia di chi non capisce un cazzo. Dopodiché comincia una tirata psichedelica che dopo un po’ mi sento allucinato. Le riflessioni dell’amico si incanalano per sentieri tortuosissimi tanto che ad un certo punto, per quanto interessato, non riesco più a seguirlo.
   Sono ormai passate le 20. Albert e Simo mi salutano. Vanno a mangiare una pizza con Elena. I vecchietti se ne sono andati da un po’ senza che me ne accorgessi, intento ad ascoltare e interpretare la filosofia jackiana. Pian piano il bar si svuota.
   Jack mi offre un’altra Ceres e continuiamo a parlare – quasi sempre lui – per un’altra oretta.
   Verso le 21, con il bar che torna a riempirsi di gente che prende il caffè e l’ammazzacaffè e di giovani che si ritrovano per iniziare il venerdì sera, Jack mi saluta scusandosi del disturbo.
   “Macché disturbo! È sempre un vero piacere parlare con te e ascoltarti.”
   “Figurati a me Manser, oh, sei il mio salvatore. Continua a scrivere e non arrenderti mai!”
   Mi alzo dalla sedia e barcollando leggermente mi avvio verso casa. Penso proprio che andrò a scrivere un bel racconto.


STUPIDO CANE


Quando vivevo a sbafo a casa di Giusy quello sì che è stato uno dei periodi migliori della mia vita! Giusy abitava in una vecchia casa colonica nel bel mezzo della campagna di Pieve di Cento. Era una casa divisa in due: da una parte abitava lei da sola, dall’altra una coppia anziana di contadini che avevano un cane, uno di quei cagnetti piccoli e rompicazzo che più sono piccoli più sono rompicazzo. Non so dire che razza fosse, forse un Rompicazzo appunto.
   Nel raggio di un chilometro c’eravamo solo noi e il centro del paese distava almeno tre chilometri in linea d’aria. Adoravo vivere lì; Giusy mi aveva ospitato in cambio di alcuni favori: essendo una donna in carriera e single, aveva bisogno che qualcuno le facesse i lavori di casa e che ogni tanto la scopasse. Per me che in quel periodo stavo scrivendo il libro della vita un lavoro tranquillo, chiamiamolo così, in un posto ancor più tranquillo era l’ideale. Peccato che quello stupido cane dei vicini abbaiasse di continuo. Latrava dall’alba al tramonto e spesso anche la notte. La mattina anticipava il canto del gallo del pollaio dei vecchi. Eppure non c’era nessuno contro cui abbaiare, non so che cazzo avesse, forse abbaiava a fantasmi che solo la sua anima animale percepiva. Era veramente un cane stupido, il cane più stupido che avessi mai visto.
   Stavo da Giusy da una settimana e non avevo ancora scritto una riga per colpa del cane. Una notte, dopo averla scopata con il bau bau incessante del cane come sottofondo, le chiesi se a lei non dava fastidio.
   “Non più di tanto, ci sono abituata” rispose.
   “A me manda fuori di testa. Ieri quando sono tornato dal fare la spesa mi ha accolto con il solito abbaiare fastidioso e non ho resistito: gli ho dato un calcio ma dopo un breve cai cai ha ripreso più incazzato di prima. I due vecchi mi hanno visto e hanno iniziato ad abbaiarmi contro pure loro.”
   “Mi spiace che ti dia così noia. Purtroppo lo hanno abituato così, inoltre a loro non deve dare molto fastidio visto che sono uno più sordo dell’altra.”
   “Beh, qualcosa devo fare. Proverò con la meditazione. Se non dà fastidio a te, posso riuscire a sopportarlo anch’io.”
   Ma un mese dopo, io e lo stupido cane eravamo ai ferri corti. Lui sicuramente percepiva l’odio che provavo nei suoi confronti e io sentivo il suo nell’abbaiarmi sempre più ringhioso.
   Un pomeriggio, mentre imbiancavo la camera da letto di Giusy, si piazzò fuori dalla finestra e iniziò il suo concerto, dedicatomi col cuore, che proseguì ininterrotto finché non finii. Sfortunatamente avevo la radio che non funzionava e la tv era in soggiorno, troppo lontana per venirmi in soccorso anche con il volume al massimo. Se non ci fosse stata la vecchia seduta in cortile a controllare la situazione, come minimo gli avrei tirato un secchio di vernice sperando di centrarlo sul muso. Quella sera andai su Google e digitai:

METODI MIGLIORI PER UCCIDERE UN CANE

   Mi uscirono decine di proposte di squilibrati su come preparare polpette micidiali, ma dopo un po’ mi sentii anch’io uno squilibrato e provai vergogna.
   “Che cazzo sto facendo?!” mi dissi spegnendo il pc.
   Lasciai perdere ma il giorno dopo, mentre il cane abbaiava in cortile, sembravo Jack Torrance impazzito in Shining davanti al mio quaderno le cui pagine rimanevano immacolate da giorni. Presi la penna e al centro di una pagina scrissi:

Il cagnino ha l’amo in bocca!!!

   La mattina seguente andai in centro. Dopo aver fatto alcune commissioni per Giusy, mi fermai al bar della piazza dove trovai Geppo. Geppo Tugnoli era considerato il matto del paese, ma a me piaceva, c’era qualcosa in lui che mi affascinava, un barlume di follia gli illuminava lo sguardo di luce luciferina. Per me Geppo era più sano di mente della maggior parte degli abitanti di Pieve, anche se era indubbio che avesse qualche rotella fuori posto.
   “Mi dai due spicci per una birra?” mi chiese appena entrato nel bar. A quel punto ebbi un’illuminazione.
   “Vuoi che ti paghi due birre al giorno per un mese?” dissi.
   Annuì con espressione sorpresa, come se si chiedesse se lo stavo prendendo per il culo.
   “Non sto scherzando” mi affrettai a spiegare. “Vieni qui, appartiamoci a questo tavolo…”
   Al riparo da orecchie indiscrete gli dissi che se fosse venuto quella sera a portare via il cane dei vecchi la mia promessa si sarebbe subito concretizzata al bancone del bar. Geppo sorrise malignamente mentre mi dava la mano.
   “Che ne faccio dopo del cane?” domandò.
   “Quello che vuoi, basta che non lo ammazzi. Poveraccio. Anch’io dopo tutto ho un cuore. Ah, mi raccomando: acqua in bocca, anzi, birra in bocca! Io non ti ho mai chiesto niente e tu non hai mai fatto niente.”
   Gli pagai anticipatamente una birra, gli diedi alcune dritte su come agire e lo salutai dandogli appuntamento per il giorno dopo sempre al bar.
   La sera, a casa, dopo cena mi intrufolai tra le lenzuola del letto di Giusy e ci demmo dentro come non mai. Erano le dieci passate e dello stupido cane non c’era traccia.
   “Che strano, Pulce non abbaia, starà poco bene!” esclamò Giusy ansimante al mio fianco.
   “È vero, quasi quasi mi manca quello stupido cane” dissi accendendo la classica sigaretta post coito.
   Il giorno dopo, come d’accordo, mi trovai al bar con Geppo. Davanti a una birra gli chiesi com’era andata, cosa ne aveva fatto del cane.
   “Tutto liscio, come bere whiskey” rispose. “Il cane l’ho tenuto in garage da me tutta notte. Gli ho messo una museruola perché abbaiava di continuo. Stamattina l’ho regalato al padrone dello “Shangai”, il ristorante cinese di Castello d’Argile.”
   “Ma ti avevo detto di non ucciderlo!”
   “E chi l’ha ucciso? Il padrone del cinese era felicissimo del regalo… Quel bastardino non poteva trovare un padrone migliore.”
   Brindammo.
   Da quel giorno cominciai a scrivere. E per tutti i restanti nove mesi in cui vissi da Giusy scrissi. Scrivevo, mangiavo, bevevo e scopavo, il tutto in cambio di qualche lavoretto. Il paradiso.
   I vecchi non sembrarono troppo addolorati per la scomparsa di Pulce, e dopo qualche tempo adottarono un altro cagnetto simile al precedente, che io ribattezzai Pidocchio. Per fortuna abbaiava poco, forse anche perché appena arrivato, dopo avermi ringhiato un po’ contro, gli tirai una bottiglia di birra in testa facendogli non poco male: smise subito e non lo rifece mai più. Educato in cinque secondi! Magari si potesse fare così anche con gli esseri umani…
   Poi un giorno anche la parentesi a casa di Giusy si chiuse. Tornai sulla mia strada come un vecchio cane randagio, uno stupido cane che abbaia senza sosta ai propri fantasmi.



CONSIGLI PER CHI VUOLE PUBBLICARE UN LIBRO
(OCCHIO ALL’EDITORE)


Ho pubblicato il mio primo libro nel 1997. All’epoca, come autore, ero come una verginella confusa che non ha idea di quanti e quali squali è popolata l’acqua in cui sguazza ingenuamente. Avevo scritto una storiella banale sui miei travagli amorosi e spirituali di post adolescente e mi feci “abbagliare” dal primo specchietto per le allodole che trovai su un giornale. “L’Editrice Nuovi Autori cerca nuovi talenti” c’era scritto sulla prima pagina del quotidiano. “Sticazzi, vuoi vedere che ho del talento?!” mi dissi. Spedii il manoscritto a questo editore di Milano (già Milano mi ispirava grandeur, poi il nome: Editrice Nuovi Autori! Prima viene solo la Mondadori!!!) e dopo un paio di settimane mi arrivò una lettera: storia interessante e profonda bla bla bla scritta molto bene bla bla bla scorrevole e piacevole bla bla bla ottime possibilità di vendita bla bla bla diffusione capillare su tutto il territorio nazionale bla bla bla pubblicità su varie testate bla bla bla. Costo… 9.000.000 (no-ve-mi-lio-ni) di lire. Da pagare in tre rate (ah beh, allora!).
   Mizzega, penso, forse nove milioni sono un prezzo equo per un talento che pubblica il suo primo libro con la grande Editrice Nuovi Autori. Telefono e parlo con il boss della casa editrice che mi ripete i punti che avevano fatto in modo che la redazione approvasse la pubblicazione di Come un fiore nel deserto. Sicuramente ripeteva a memoria le stesse parole ogni giorno a decine di poveracci come me.
   Per rendermi meglio conto di con chi avevo a che fare, andai a fare un sopralluogo a Milano nella sede dell’Editrice Nuovi Autori, un ufficio la cui vetrina che dava sulla strada era stata sfondata con una pietra. “Non è la prima volta che succede” mi disse la segretaria, la qual cosa poteva e doveva accendermi una lampadina. Ma ormai ero stato plagiato; firmai il contratto e una volta pubblicato  il libro mi mandarono le mie copie, mi pare 250 - 270 circa (alcune le ho ancora…). Quello che speravo sarebbe diventato un bestseller scritto dal nuovo talento della Nuovi Autori Manservisi, si è subito rivelato ciò che effettivamente era: una cagata di libro stampato da una banda legalizzata di truffatori come ce ne sono a centinaia tra gli editori, troppo spesso meschini approfittatori dei sogni di veri o presunti artisti.
   E così quella fu la mia prima “inculata”. Ma non avevo ancora ben compreso i meccanismi del sottobosco editoriale italiano e ne presi una seconda con la pubblicazione de La Grande Inculata, libro che però non parlava di editori…
   Prima avevo pubblicato Destinazione Moe con la casa editrice Oppure di Roma. Anche in questo caso mi recai in redazione. Dopo un lungo viaggio in treno e un passaggio in taxi con un abusivo napoletano che mi spillò un patrimonio, arrivai davanti alla sede della Oppure, un appartamento fuori città. Anche a loro pagai qualche milioncino, ma molti meno dei nove dati alla Nuovi Autori, e per molte più copie. Anche di questo me ne sono rimaste diverse copie…
   Dicevo de La Grande Inculata. Cicorivolta Edizioni. Il nome mi ispirava così mandai il manoscritto. Dopo pochi giorni mi telefonò il boss, dicendomi che aveva trovato in me un genio letterario (anni dopo ho scoperto, grazie ad altri scrittori che avevano inviato manoscritti a Cicorivolta, che l’Italia pullulava di geni letterari) e dopo mille lusinghe mi convinse a firmare il contratto che prevedeva il pagamento di una quota per un tot di copie. Oltre a pagare le mie copie ci rimettevo anche qualcosina. La qualità di stampa (intendo qualità cartacea, impaginazione, rilegatura, copertina) era appena sufficiente, con il nero della copertina che si squagliava al sole, almeno così mi dissero amici che si erano portati il libro in spiaggia.
   Ma il peggio a livello di qualità di stampa lo toccai con due seguenti pubblicazioni: Il quaderno rosso (La Riflessione) e L’isola delle farfalle d’oro (Evoè).
   Prima ancora era però uscito nelle peggiori librerie di Caracas Lo strano caso di gastrite del Sig. Bartezzaghi edito da Edizioni Progetto Cultura (bel nome!). A loro pagai a prezzo intero un numero prestabilito di copie e dopo un anno mi arrivò il resoconto dei libri venduti da loro: una copia! Ziocane, ma sbattersi appena appena per vendere i libri delle proprie collane, no eh?!
   Dicevo di qualità di stampa: con La Riflessione di Cagliari pubblicai Il quaderno rosso. A questi ciarlatani pagai per un numero obbligatorio di copie e ricevetti a casa dei simil-libri composti da pagine fotocopiate di carta velina, con la copertina in cartoncino sottile che dopo averla maneggiata un paio di volte era più rovinata della faccia di Mickey Rourke dopo una sbronza con rissa. Dopo dodici mesi La Riflessione mi mandò una mail in cui mi chiedeva i dati bancari per farmi un bonifico. Siccome a me spettava lo 0,000euncazzo su ogni copia venduta da loro, mi scrissero che mi avrebbero inviato ben 2,50 euro. Glieli lasciai in beneficenza!
   Con la Evoè di Teramo invece, con cui pubblicai L’isola delle farfalle d’oro (pagai con un po’ di sconto le mie copie precedentemente accordate), mi arrivarono praticamente dei quaderni con le pagine che si staccavano. Mi ero fatto “abbindolare” da un gruppo di studentelli universitari che aveva aperto una casa editrice (!) per spennare qualche pollo e pagarsi gli studi.
   Infine ho trovato l’editore giusto per me: Edizioni Il Foglio di Piombino. Mi piacque da subito perché la prima volta che gli mandai un manoscritto lo rifiutò perché non era di suo gradimento. Sarei potuto rimanerci male e cancellarlo dalla lista dei “papabili”, invece mi impressionò positivamente perché significava che era un onesto e non pubblicava cani e porci solo per guadagnarci come fanno tanti. Con Il Foglio ho poi pubblicato sei libri. Il Foglio non è un editore a pagamento, conta soprattutto sulla qualità dell’opera oltre che sull’entusiasmo e la spinta ad autopromuoversi dell’autore che pubblica. Rappresenta lo spirito più profondo dell’underground. La qualità di stampa dei libri è eccelsa e non pretende che tu compri obbligatoriamente un certo numero di copie, inoltre ti fa acquistare le copie che desideri a metà prezzo di copertina. Se devo fargli una critica, che probabilmente riguarda tutti gli editori medio-piccoli, non promuove molto i suoi autori se non pubblicizzandoli su internet e vendendo i libri nelle fiere e agli eventi letterari e non a cui partecipa (che è già tanto), ma li capisco, e pretendere che investano tempo e denaro su di te singolo autore – con tutti quelli che dovrebbero seguire – è da presuntuosi anche per me che adoro la presunzione. Sarebbe bello sentirsi importanti e coccolati dall’editore-manager ma è chiedere troppo, soprattutto per chi non ha un nome. Per essere trattati da bookstar bisogna diventare una bookstar!
   Fatto questo preambolo riassuntivo delle mie esperienze con editori, è giunto il momento di darvi alcuni consigli nel caso in cui il sacro fuoco della scrittura vi scorra nelle vene bruciandovi l’anima. Se non volete cadere nella trappola dell’editoria italiana, leggetemi bene.
   Punto di partenza: non vorrei disilludervi ma che voi siate scrittori di talento, creatori di storie intereressantissime e originali (cos’è poi l’originalità se non la capacità di rielaborare rendendole più gustose le “solite minestre”?!) nonché divulgatori di verità ultraterrene e quindi più che degni di una qualche forma di successo, o che siate invece semianalfabeti buoni a scrivere solo cagate soporifere trite e ritrite, il discorso non cambia. NON DIVENTERETE FAMOSI E NON CAMPERETE DI LIBRI, a meno che qualche stranissima e imponderabile combinazione di eventi e fattori non vi renda dei miracolati. Ovviamente ve lo auguro.
   Detto ciò, ora che siete tutti più rilassati, veniamo ai consigli veri e propri. Intanto fossi in voi lascerei perdere i grandi editori. Può darsi che abbiate anche scritto un capolavoro, ma chi vi cagherà? Se non avete già un nome, quante reali possibilità credete d’avere di farvi pubblicare da Mondadori, Feltrinelli, Adelphi, Rizzoli, Garzanti, Einaudi, ecc.? Una su un milione forse. E quanto tempo dovrete aspettare per avere una risposta, sempre che arrivi? Con i sopracitati, sempre che vi rispondano, come minimo un annetto. Però, se avete pazienza e per voi la speranza è l’ultima a morire, provateci pure.
   Ora, se vi interessa ancora il mio parere, prendete un evidenziatore e concentratevi su questo vademecum. Una volta che avete terminato la vostra opera e avete deciso di pubblicarla, fate un’attenta ricerca su internet, puntando su editori medi o piccoli NON A PAGAMENTO, informatevi su di loro, leggete le recensioni. Scrivetegli magari una e-mail chiedendo se sono interessati alla vostra storia (mandate una breve sinossi) e per non far perdere tempo a nessuno siate subito chiari: ditegli che non intendete pagare soldi extra, se non l’acquisto, magari scontato, delle vostre copie. Pensate di prenderne un centinaio? Dichiarate sulla parola che minimo settanta vi serviranno di sicuro (poi sta a voi essere di parola). Così anche l’editore, per un mero calcolo economico che deve “purtroppo” e spesso fare, capirà meglio se può investire a scatola chiusa su di voi.
   Evitate come la peste chi vi chiede soldi. Siete liberi di accordarvi tra le parti per pagare un tot di copie prefissato, ma siamo già in una situazione limite.
   Eliminate senza indugi quegli editori che vi contattano leccandovi vergognosamente il culo (bello essere lusingati, ma se fate attenzione noterete la falsità che trasuda dalle loro blandizie), magari dopo pochi giorni che gli avete mandato il manoscritto. Secondo voi lo leggono?
   Fate attenzione a quelli che compaiono spesso sulle pagine dei quotidiani, spesso in prima pagina. Se lo possono permettere perché hanno già derubato migliaia di autori e con quella pubblicità ne fotteranno altri. Come faccio a dirlo? Perché ne ho contattati diversi anch’io per vedere cosa mi proponevano. Tra questi parassiti posso tranquillamente elencare Il Gruppo Albatros Il Filo e Ibiskos Editrice Risolo.
   Dunque se trovate un editore che vi pubblica gratuitamente, non obbliga all’acquisto di un determinato numero di copie, vi fa acquistare le vostre copie a metà prezzo e dimostra così che crede nel valore del vostro lavoro, fateci un pensierino. Una volta pubblicato il libro, dovrete mettervi di buona lena a promuovervi con entusiasmo e umiltà. Fare pubblicità su facebook, organizzare presentazioni, eventi e bancarelle alle fiere sarà un gran divertimento se la sapete prendere con spirito e non vi aspettate di vendere chissà quale numero di copie.
   Se per voi scrivere è davvero una passione, verrete ripagati. Se per voi scrivere è volare, volerete, a prescindere dal fatto che vendiate 50, 100, 1000 o 10.000 copie. Se per voi scrivere è un sogno, non svegliatevi mai!
   Questo è il mio 13° libro. Se per me scrivere non fosse come respirare, credete che sarei arrivato a pubblicarne così tanti per vendere solo qualche centinaio di copie (tra tutti) ad amici e qualche sporadico fan? No, non l’avrei mai fatto. Se scrivi devi metterti in testa di essere un don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento; in un mondo dove pochi leggono e anche quei pochi cominciano ad avere come lettura preferita Facebook, non può essere altrimenti.
   Se pensate che scrivere vi farà diventare ricchi e famosi, lasciate perdere. Se invece scrivete perché ne sentite un disperato bisogno, andate avanti fottendovene del mondo arido in cui vivete, anzi, è proprio perché il mondo è arido che scrivete. Per fertilizzarlo. Un complimento sincero fattovi da una “persona fertile” poi vi ripagherà più di quanto possiate immaginare.
   Le nuove generazioni cominciano a disabituarsi ai libri cartacei e mi dispiace. Sono ancora uno all’antica e subisco il grande fascino del libro di carta; non so che fine faranno questi magici oggetti, certo è che il progresso può essere un vantaggio per la pubblicazione e la divulgazione delle proprie opere. Sono poco ferrato e pure un tantino ignorante in materia ma mi dicono che esistono gli e-book e sono molto facili da pubblicare, vendere, divulgare… Mah, non lo so, io rimango pervicacemente e donchisciottescamente legato al caro vecchio libro di carta, che si tocca, si annusa, si vive! Se anche voi siete così, credo di avervi dato delle dritte. Oggi poi, sempre grazie a internet, potete pubblicarvi un libro seguendo qualche passaggio on line, come se aveste una tipografia in casa. E visto che spesso gli editori sono semplici tipografi, non è una cattiva strada da seguire neanche questa.
   Amici, ora vi saluto. Spero di esservi stato utile. E ricordate: se siete veri scrittori, seguite la vostra natura, e sarete grandi scrittori anche senza pubblicare con Bompiani, Guanda, Piemme e compagnia bella. Lo sarete anche senza chiamarvi Fabio Volo o Paulo Coelho…


IL DIARIO


La chiamano casa di cura ma per me è semplicemente il manicomio. Mi hanno rinchiuso da qualche mese, ho perso il conto dei giorni ormai, potrebbero anche essere passati anni. Qui dentro è come se il tempo si fosse fermato. Come se la vita si fosse fermata.
   Non credo nel concetto di INIZIO-FINE, filosoficamente parlando, ma per semplificare potrei dire che tutto è cominciato nell’adolescenza, quando nonno Lucio mi regalò un diario e una penna per il mio quattordicesimo compleanno.
   “Visto che ti piace scrivere storie, questo mi sembrava il regalo più adatto” disse.
   Lo abbracciai come se mi avesse fatto il dono più prezioso del mondo.
   La sera stessa cominciai la stesura del diario raccontando semplicemente della festa di compleanno che mi avevano organizzato genitori e nonni. Non avrei mai immaginato che sarebbe stato “l’inizio” di qualcosa di talmente grande e misterioso che si fatica persino a raccontare. Quel quaderno rilegato – primo di una lunga serie che avrei riempito negli anni – fu anche il primo passo che mossi verso la luccicanza.

   La mia vita è stata una vita piuttosto normale e abbastanza tranquilla. Avevo genitori che mi hanno educato con sani principi, commettendo i loro errori come chiunque, e col senno di poi credo di avere imparato più da quegli errori che dal resto.
   Alle elementari e alle medio ero uno studente discreto, alle superiori molto più svogliato ma il boom adolescenziale nonché ormonale si era fatto sentire: fuori fino a sera con gli amici, partite di calcio interminabili al campo parrocchiale, primi amori e cotte più o meno importanti. Inoltre con l’inizio del liceo avevo iniziato il diario e preferivo scrivere su quelle pagine piuttosto che studiare.
   Alcune passioni che avevo da ragazzino mi hanno accompagnato per tutta la mia esistenza successiva: tra queste le principali sono state la letteratura e la musica. Ho sempre letto di tutto, di tutti. Devo però ammettere che non ho mai apprezzato la letteratura femminile. Sessismo? Puerile snobismo? Ignoranza? Non so, so che a me le scrittrici non sono mai piaciute e di conseguenza se posso le evito tutt’ora. Suonavo anche la chitarra e fino a venticinque anni ho fatto parte, insieme ad altri tre amici, del gruppo rock Amo Ilaria di Non è la Rai.
   Sciolto il gruppo e chiusa una breve parentesi universitaria sono stato assunto come portalettere nel comune di Granarolo dell’Emilia. Cinque anni dopo ero allo sportello. Altri cinque anni ed ero direttore dell’ufficio postale di Minerbio.
   A trentacinque anni vivevo solo in un appartamento nel centro dell’ameno paese di San Pietro in Casale. Donne fisse ne ho avute tre, storie durate al massimo un paio d’anni ciascuna; da single vivevo molto meglio, anche perché se non mi innamoro oltre la soglia della normalità, dopo tre o quattro scopate una donna comincia a starmi stretta come una scarpa di tre o quattro misure inferiori.
   Negli anni ho continuato a scrivere sul mio diario: pensieri, sogni, visioni, desideri, idee, progetti, eventi epocali, storie paesane, fatti quotidiani rilevanti o irrilevanti.
   A metà della vita media di un uomo mi sentivo abbastanza soddisfatto.

   Ero stato nominato da poco direttore dell’ufficio di Minerbio ed ero in ferie. Ne avevo parecchie da smaltire, così dopo essere stato una settimana in Sardegna con amici e tre giorni a Praga con una scopamica, nei seguenti dieci o undici giorni che mi rimanevano prima di tornare al lavoro avevo deciso di sistemare casa: pulizie, imbiancatura e lavoretti vari.
   Mentre risistemavo i vestiti nell’armadio, in un angolo dello stesso ho notato lo scatolone che conteneva i vecchi diari. Nello scatolone mettevo i diari man mano li finivo; ce n’erano una cinquantina là dentro e non li avevo mai riletti. Non volevo aprirlo ma una specie di forza misteriosa mi spingeva a farlo, così mi sono ritrovato in mano il diario regalatomi da nonno Lucio più di vent’anni prima. L’ho aperto.

   Quando sono rinvenuto ho impiegato diversi minuti per rendermi conto che avevo perso i sensi. A cosa era dovuto quel mancamento? A un calo di zuccheri? A uno sbalzo di pressione? Osservando il diario per terra lì accanto a me ebbi un pensiero che mi illuminò la mente giusto il tempo di un lampo: e se fosse stato Lui a farmi svenire?
   Leggermente stordito raccolsi il quaderno e andai a sedermi in salotto sulla poltrona antistante la finestra che dava sulla piazza principale di San Pietro. Una volta comodo riaprii il diario con cautela, quasi aspettandomi un altro mancamento, ma visto che non accadde nulla cominciai a leggere.

   Ho praticamente letto per tutti i restanti giorni di ferie che rimanevano. Letto e riletto i quaderni che compongono IL DIARIO, la storia della mia vita. Leggere la mia vita su quelle pagine è stato come riviverla, e da spettatore di me stesso ho visto cose che mentre la vivevo in diretta mi erano sfuggite. Ho notato incastri, nessi, apparenti coincidenze, collegamenti diretti con passato, presente e futuro. Giunto al termine della lettura – in pratica arrivato alla pagina del giorno prima, l’ultima che avevo scritto – ho capito che nel diario è celato il segreto della (mia) vita. Non è stato facile fare luce su un mistero tanto grande, ma credo che chiunque possieda un diario da anni possa risolverlo. Rileggendo il mio ho scorto tra milioni di parole IL SEGNO DEL DESTINO. Ho notato come tutto ciò che mi è accaduto era inevitabile e prevedibile
   Dopo aver “letto bene” il mio passato, sono stato in grado di vedere il futuro, mio e di chi mi sta accanto. Se mi sforzo un po’ posso vedere pure il destino dell’umanità.

Ci ho provato spesso a raccontare ad amici e conoscenti cosa accadrà loro un domani dopo aver avuto quella folgorazione. Più conosco a fondo una persona, più ho una visione nitida del suo futuro. Ho flash repentini ma molto chiari. Il problema è che quando voglio avvisare qualcuno, rivelargli cosa gli riserveranno i giorni a venire, comincio a balbettare, a parlare incomprensibilmente, fino a che non svengo.
   Il motivo per cui mi hanno rinchiuso in manicomio è proprio questo: vedo il futuro di parenti, amici e gente comune e vorrei avvisarli dei pericoli e degli ostacoli, ma ogni volta che provo a farlo sembro un pazzoide o un ossesso.
   Ero stato licenziato da poco quando sono venuti a prelevarmi da casa due carabinieri insieme a un medico e un assistente sociale. Io gli ho semplicemente sorriso perché sapevo che sarebbero arrivati. Da una settimana, affacciato al balcone, cercavo di “gridare” al mondo quale futuro terribile lo aspetta se non cambierà strada e puntualmente cominciavo a balbettare, parlare strano, per poi svenire.
   La gente giù in piazza era preoccupata. Il sindaco, mio amico d’infanzia, era venuto a trovarmi. Avevo cercato di dirgli del futuro suo e del mondo ma non avevo fatto altro che impressionalo mostrandomi come un indemoniato.
   Pochi giorni dopo sono finito in manicomio.

   Anche qui dentro continuo a vedere con chiarezza e anticipatamente l’esistenza mia, dei miei conoscenti e di questo pianeta. Quel che sta per capitare sarebbe evitabilissimo se gli uomini fossero più illuminati di mente e di cuore, ma ciò pare impossibile. Riprovo ad avvisarvi amici:
   Presto acca acca accadrà checche la la la mia mi mi la mia minchia al ser sevizio dellUmanità cederà al Corpo e al culo di Zio Cristo fagocitando la gnoccasbrodolosa in un impeto di cuhhv vhurv vjjjjjvijbbbbbbbbbbbbb
  

BREVE BIOGRAFIA DI WALLACE CODROIPO, IL PIU’ GRANDE SCRITTORE DEL NOVECENTO


Dubito lo conosciate in molti. Se lo cercate su Google troverete solo poche righe su un blog in disuso, ma per me Wallace Codroipo è il più grande scrittore del Novecento.
   Il post nel blog sopra citato ci dice che l’italoamericano Codroipo nacque a San Diego in California nel 1933. Rimasto presto orfano venne cresciuto da una zia a New Orleans e dopo una tribolata infanzia si trasferì a New York. Non viene spiegato che studi fece e che adolescenza ebbe, veniamo però a sapere che diventò amico di John Dos Passos il quale lo introdusse nel mondo della letteratura.
   Pubblicò il suo primo libro nel 1959, My name is Gennarino, che non piacque al pubblico yankee e fu un fiasco editoriale. Nel 1963 pubblicò Il postribolo di nonna McEnzie che vendette invece migliaia di copie e divenne un successo nazionale. In seguito uscirono Galline e galletti, La salsa torbida, Succhia bene o mi incazzo ma non furono apprezzati dai lettori e dalla critica americana. Ebbero però successo in Europa, soprattutto in Francia dove Codroipo è considerato il fondatore di quella corrente a metà tra beat generation e lost generation che porta il suo nome: il codroipismo, basato su una scrittura sintetica ma estremamente pregnante.
   Wallace Codroipo morì suicida il giorno di Natale del 1974 nella sua casa del Bronx dopo aver trascorso anni abusando di alcol e droghe. Si narra che prima di spararsi in bocca lasciò un biglietto con scritto:

Non c’è una sola cosa vera a questo mondo.
Tutto è finzione e illusione.
Tranne le storie raccontate da scrittori e poeti.
Addio.

      Ho conosciuto W.C. per caso, su una bancarella di libri usati a una sagra paesana. La salsa torbida era nascosto sotto tre o quattro libri di Jack Kerouac e John Fante. La copertina – un elefante senza una zanna e con una gamba ingessata – unita al titolo attrasse la mia attenzione. Lessi prima la sinossi poi le note biografiche e fu amore a prima vista, un colpo di fulmine confermato dalla lettura del testo.
   Avevo vent’anni e posso affermare che grazie a W.C. ho iniziato ad innamorarmi dei libri e della lettura. È stato difficile reperirle ma ho letto tutte le sue opere, anche quelle postume che a quanto ho scoperto sono state trovate da un nipote dopo la sua morte e pubblicate nel corso degli anni. Tra queste cito capolavori come Banana Airlines, Orazio Eiaculazio (trovato solo in lingua inglese con il titolo originale Eiaculatio Horace), E venne il tempo dei carciofi, Racconti lampo, La malattia dello scrivere. Quest’ultimo è uno dei romanzi più introspettivi che ho mai letto, una confessione commovente sul potere delle parole e sulla fragilità dell’artista.
   Degli scritti postumi ho apprezzato particolarmente Racconti lampo, letto ormai una quindicina di anni fa. Quel libro ha influenzato anche il modo che ho di scrivere – non ho mai fatto mistero della mia appartenenza al sintetismo codroipiano, è sottolineato anche nella home page della mia pagina facebook – e insieme agli altri anche il mio modo di pensare. È una raccolta di un centinaio di racconti brevissimi (lampo!) dove l’autore racconta una storia in pochissime righe. Sono divisi in tre parti: C’era una volta, C’è, Ci sarà un giorno.
   Faccio alcuni esempi di racconto lampo codroipiano:

UNA STORIA TRISTE

C’era una volta una coppia di innamorati.
Lei rimase incinta. Lui era felice. Lei no.
Lei voleva abortire. Lui no.
Lui non poteva scegliere. Lei sì.
Una parte di lui morì insieme al figlio che non avrebbe mai conosciuto.

GUERRA

C’è un uomo sdraiato su una scomoda branda arrugginita.
Cicatrici che pulsano gli tolgono il sonno.
La pioggia che picchietta su quel che rimane del tetto della caserma gli tiene compagnia in questa notte di ansia e paura.
C’è la guerra nel suo cuore.

LA STRADA TRA SOGNO E REALTA’

Ci sarà un giorno un uomo che farà un sogno, un sogno strano.
Da sveglio deciderà di trasformare il sogno in un racconto.
Così altre persone leggeranno il suo racconto nato da un sogno.
Qualcuno, leggendo tra le righe, individuerà la strada.
Perché la strada si trova lì, a valle tra i monti Sogno e Realtà.

   Questi sono alcuni dei miei preferiti. Anch’io mi sono cimentato qualche volta nella stesura di racconti lampo. Tempo fa per esempio, mentre ero in stazione ad aspettare il treno per Nonsodove ho scritto questo:

DERAGLIAMENTO

C’è un ragazzo alla stazione che aspetta il treno per andare in Qualcheposto.
Sta chino sul suo telefono, la realtà rinchiusa dentro a uno schermo.
Lo sento imprecare, la batteria è scarica.
Il panico gli deforma il viso in un quadro grottesco.
Il treno di quel ragazzo non arriverà mai.

   Io a Wallace ci ho dedicato pure un libro. Ci ho dedicato è dedicato a Wallace, che si divertiva spesso a scrivere alla cazzo di cane, senza regole, per prendere per il culo i critici e gli snob della grammatica.
   Mi ha insegnato tanto Codroipo, in particolare a coltivare la mia passione per la scrittura fregandomene di tutto e di tutti. “Credi in quello che fai” scrive in un libro, “e diventerai ciò che sei.”
   In particolare Wallace Codroipo mi ha insegnato che il successo non è lo specchio del valore. Prendi uno scrittore famoso: lo conoscono in tanti a livello nazionale o mondiale per avere scritto opere idolatrate da milioni di persone, ma può anche darsi che le pagine dei suoi libri contengano il Nulla. Al contrario in scrittori sconosciuti (non dico come Codroipo che comunque la sua notorietà soprattutto in Francia l’ha avuta), nelle opere di esimi Mister X, può celarsi la magia. In un libro di Tizio o di Caio può esserci molta più qualità, poesia e verità che nel libro di una Mazzantini o di un Faletti.
   Questo mi ha insegnato Codroipo. E visto che sento che in ciò che scrivo c’è MAGIA, QUALITÀ, POESIA E VERITÀ, continuerò a scrivere, oltre che per me, per quei due o tre illuminati-non-lobotomizzati-avulsi-dalla-massa che sapranno cogliere la LUCE dei miei scritti.
   Grazie Wally.


   

Altri racconti dalla raccolta VOLEVO SOLO ESSERE NORMALE


LA TRAPPOLA


   TUTUTUMPH!
   “Aaaaaaaah!”
   Erano le due di notte quando Guerrino venne svegliato da un tonfo seguito da grida di dolore. Si precipitò giù dalle scale e lo vide nella buca, dolorante.
   “Chi sei?” domandò.
   “Aiuto, prego, aiuto.”
   “Ho chiesto: CHI-CAZZO-SEI? Sei un ladro?”
   “Aiuto.”
   “Te lo chiedo per l’ultima volta poi ti lascio lì a marcire: chi sei, un ladro?”
   “Sì, ma per favore, io rotto gamba, aiuto.”
   “Sei solo? Qualcuno ti aspetta fuori?”
   “No, io solo, aiuto.”
   Quando ebbe la conferma che si trattava di un ladro e che era solo, a Guerrino parve che una fanfara angelica intonasse una marcia trionfale solo per lui.
   “Aspetta, ora scendo passando dalla cantina e sono lì” disse iniziando ad eccitarsi.
   Guerrino viveva in una casa di campagna molto isolata. Era una casa abbastanza nuova che aveva acquistato dopo essere andato in pensione. Aveva lavorato alle Poste per una vita, accumulato un po’ di soldi e smesso definitivamente di lavorare si era trasferito il più lontano possibile dal centro della città dove aveva vissuto. Voleva stare solo, isolato dal resto del genere umano. Era sempre stato un tipo solitario e taciturno. Amava collezionare soldatini di piombo e libri antichi; nessuno lo aveva mai visto in compagnia di una donna o insieme a un amico.
   In casa, per proteggere le sue collezioni oltre che il denaro che preferiva tenere nel materasso piuttosto che in banca, contro sgradite intrusioni aveva progettato e realizzato un antifurto micidiale. Alla base della rampa di scale che portava alla zona notte aveva scavato una buca nel pavimento profonda più di tre metri e abbastanza larga da farci passare un elefante. Durante il giorno la voragine era ricoperta da solide assi sulle quali era posizionato il parquet che rivestiva tutto il salotto circostante. Quando Guerrino andava a dormire la notte o lasciava la casa incustodita per recarsi a fare compere in città, assi e parquet venivano rimossi e al loro posto adagiava un foglio di carta con sopra disegnato un finto parquet che mimetizzava perfettamente la buca.
   “Un giorno qualche zingaro di merda ci finirà dentro e allora…” si diceva praticamente ogni volta che copriva e scopriva la buca.
   Un giorno infatti, dopo un paio d’anni che abitava lì, un pesce finì nella rete. Finalmente il ragno aveva intrappolato la mosca!
   Guerrino saltò dunque la voragine e si diresse in cantina, dalla quale attraverso una porta nascosta dietro a un armadio si accedeva al fondo della buca dove era precipitato lo scassinatore. Accese una torcia e brandì una mazza da baseball.
   “Dove ti sei fatto male? Fa’ vedere…”
   “Qui, a gamba sinistra, non riesco a muovere, aiuto.”
   A quel punto Guerrino calò con violenza la mazza sulla gamba sana del malcapitato.
   “Aaaaaah, noooo, ti prego, non fare male a me!”
   TUM!
   “Aaaaah!”
   TUM!
   “Aaah, bastaaa!”
   TUM!
   “Uaaah!”
   “Ok basta, ora possiamo ragionare con calma. Come ti chiami?”
   “Viorel” rispose piangendo per il dolore.
   “Da dove vieni?”
   “Romania.”
   “Sei uno zingaro?”
   “No zingaro.”
   “Cosa cercavi in casa mia?”
   “Oro, soldi, mangiare, io fame, ti prego perdona me e chiama ambulanza, non mi importa se poi finisco in prigione, anzi è giusto che io finisco in prigione.”
   Guerrino sparì momentaneamente nella cantina a fianco dove ribaltò un tavolo, poi tornò da Viorel, lo prese per le spalle e lo trascinò fino al tavolo.
   “Cosa fai?” chiese il rumeno preoccupato.
   “Non ti preoccupare.”
   Sul piano ribaltato posizionò l’uomo dolorante legandogli gli arti con nastro isolante ad ognuna delle gambe del tavolo. Intanto il poveraccio, che sembrava un Cristo crocifisso, gemeva, imprecava, supplicava. Dopo un po’ gli scocciò anche la bocca.
   “Ora ti spiego cosa farò. Anzi, cosa faremo. Faremo un gioco. Si chiama “Il chirurgo pazzo”. Tu ovviamente sei il paziente e io il chirurgo pazzo.”
   “Mmm… mmm… mmm…” faceva Viorel imbavagliato. Gli occhi rivelavano un panico crescente.
   “Voglio essere subito sincero, per non illuderti. Le probabilità che tu esca vivo da questa cantina sono una su dieci miliardi. Ma se ti può fare stare meglio, pensa che dopo non soffrirai più. Torno subito…”
   Guerrino tornò di sopra. Prese un vassoio dalla cucina e vi mise sopra alcuni coltelli di varie dimensioni, forbici, cotone, disinfettante e un vibratore che recuperò dalla camera da letto. Prima di tornare giù in cantina ricoprì con assi e vero parquet la buca.
   “Rieccomi qui amico mio. Non sai quanto sono eccitato. Guarda qua!” disse mostrando il rigonfiamento sulla patta del pigiama. “Vuoi dire qualcosa?”
   “Mmm… mmm…”
   “Ah già, è vero che non puoi parlare. Immagino che tu abbia detto: “Comincia pure!” Ok, come vuoi.”
   Il chirurgo pazzo prese le forbici e tagliò i vestiti del paziente. Lo lasciò completamente nudo con indosso solo le calze e le consunte scarpe da tennis. Con il cotone imbevuto nel disinfettante strofinò il corpo tremebondo del prigioniero terrorizzato, soffermandosi in particolare sui genitali.
   “Mi piace il tuo cazzo. Sai, voglio darti una possibilità in più di salvezza: se ti si drizza in queste condizioni potrei pensare, forse, di risparmiarti.”
   Detto questo si sdraiò e prese in bocca il pene moscio di Viorel, i cui occhi erano ora una cascata di lacrime. Guerrino succhiava e leccava con bramosia. Lo fece per cinque minuti poi si stancò.
   “Immaginavo. Mi sarebbe piaciuto succhiare il tuo bel cazzo in tiro. Peccato. Vuoi vedere il mio? Guarda, tra un po’ scoppia.”
   Si tolse il pigiama, denudandosi completamente.
   “E adesso… Operiamo!”
   Con un coltello incise una croce sui capezzoli di Viorel, dai quali cominciò a sgorgare sangue.
   “Mmm… mmmmmm… mmmmmmm…” faceva il poveraccio sempre più disperato.
   Guerrino l’aguzzino intrise il vibratore del sangue della sua vittima e glielo infilò nel retto, stantuffando con foga ma anche con fatica dato che si dimenava come un ossesso.
   “Calmati o ti ammazzo! Va bene, ti ammazzo lo stesso, ma calmati.”
   Estrasse il vibratore, lo gettò in un angolo e prese un coltellaccio da macellaio.
   “Siamo al clou, amico mio.”
   Con una mano tenne teso il pene dell’uomo e con l’altra, con un colpo netto, glielo recise.
   Viorel svenne. Fiotti di sangue zampillarono addosso a Guerrino che senza neanche toccarsi venne in un orgasmo stordente. Dovette sedersi su una sedia di paglia lì accanto per colpa del violento giramento di testa che gli aveva procurato l’emozione.
   Ripresosi finì il lavoro. Piantò una ventina di volte un coltello affilato nell’addome del poveretto che già stava agonizzando.
   Passò il resto della notte a fare a pezzi il cadavere per poi seppellirlo non lontano da casa, in una fitta boscaglia all’interno degli argini del fiume Reno, che da quelle parti scorreva putrido e sonnacchioso.
   Non chiuse occhio per tre giorni di fila dopo quella volta. Ogni notte andava a letto sperando di sentire un grido provenire dalla buca. Era molto speranzoso che sarebbe ricapitato prima o poi: zingari, immigrati clandestini, disperati, drogati, crisi economica, degrado, povertà… Guardava il telegiornale con un ghigno diabolico stampato sul volto. Sì, lo sentiva, presto qualcun altro sarebbe caduto nella sua trappola.


MISTER MILF


Allenavo i Pulcini della Centese, quindici bimbi di 9/10 anni con scarsi mezzi ma tanta voglia di imparare e divertirsi. Modestamente credo di essere sempre stato un bravo mister-insegnante, soprattutto a livello educativo, e un ottimo entertainer.
   In mezzo a quei quindici c’era, come sempre capita praticamente in tutti i gruppi, la mela marcia: Matteo si chiamava, Matteo Menegardi, per gli amici Teo. Ogni allenamento richiamavo Teo almeno una ventina di volte, perché ascoltava poco, non eseguiva correttamente gli esercizi che preparavo, era svogliato, prepotente, maleducato e disturbava continuamente. Spesso lo mettevo in “punizione” seduto in panchina o a correre intorno al campo. Ce la mettevo però tutta per coinvolgerlo, invogliarlo e fargli tenere un comportamento decente, ma niente da fare.
   Di Matteo conoscevo la madre, Luisa, mia coetanea, che faceva l’estetista a Cento e che si diceva facesse bocchini a iosa, oltre ovviamente a scoparsi non solo il marito. L’idea del marito cornuto mi divertiva perché il padre di Matteo, al secolo Cesare Menegardi, era un’emerita testa di cazzo, la persona più ignorante e triviale che abbia mai conosciuto. Alle partitelle dei bimbi era il classico idiota che insulta tutti, arbitro, genitori e avversari, che essendo bambini la dice lunga sul livello neandertaliano dell’individuo. Lo sentivo spesso insultare anche me, soprattutto quando tenevo in panchina o sostituivo il figlio.
   “Mister da bigliardino” amava urlarmi.
   Un giorno, durante una partita di campionato, non ce la feci più e da bordo campo da dove dirigevo i miei ragazzi mi diressi sotto la tribuna dove Cesare sfogava le sue frustrazioni di perdente nato.
   “Può uscire dal campo per favore?” gli dissi gentilmente. “Qui si cerca di educare i giovani, non di rovinarli insegnandogli la maleducazione, l’antisportività e l’ignoranza troglodita.”
   Non l’avessi mai detto! Il Menegardi andò su tutte le furie insultandomi con maggiore veemenza; se la prese anche con gli altri genitori in tribuna, i quali mi avevano tributato applausi a scena aperta per il coraggioso gesto.
   “Mister sei forte Mister sei forte Mister sei forte…” canticchiavano madri e padri sugli spalti.
   Il padre di Matteo scese a sbraitare fin contro la rete di recinzione, non la finiva più, era un fiume in piena. Così mi avvicinai e gli sussurrai: “Carino il neo che ha tua moglie vicino alla figa!”
   Ammutolì.
   La settimana prima, dopo la doccia, avevo convocato la mamma di Matteo nel mio spogliatoio, che spesso fungeva anche da ufficio. Visto che con quell’imbecille del padre mi era impossibile parlare, speravo di risolvere qualcosa almeno con la madre. In effetti qualcosa risolsi, ma non nel senso pedagogico che mi ero prefissato .
   Mentre Matteo faceva la doccia nell’altro spogliatoio con i suoi compagni, la Luisona, dopo essersi scusata per i comportamenti del figlio con un “mi spiace ci fa diventare matti non sappiamo come fare con quel monellaccio di Teo”, mi slacciò la cintura dell’accappatoio che ancora indossavo e mi prese il cazzo in bocca. Ce l’avevo già mezzo bazzotto immaginando proprio uno scenario simile. La fantasia divenne realtà. Dopo avermi succhiato il cazzo per qualche minuto in ginocchio mentre io sedevo a gambe aperte sulla panchina, si sfilò le mutandine di pizzo nere che portava sotto una gonna blu scuro che le arrivava alle ginocchia, la alzò (lasciando intravedere il neo) e venne a sedersi a cavalcioni sopra di me. Mi scopò come una forsennata, venendo con gemiti sommessi  per non farsi sentire dai genitori che aspettavano i figli fuori. Le sborrai sugli stivali di pelle nera e mi sentii soddisfatto come poche volte mi era successo dopo il sesso. Luisa pulì gli stivali con una salvietta, si infilò le mutande, si ricompose un attimo allo specchio e uscì dallo spogliatoio come se niente fosse accaduto. Ci misi cinque minuti a rimettermi in piedi, quasi tramortito da quella chiavata.
   Il neo che Laura aveva tra l’ombelico e la vagina mi era rimasto impresso così quel giorno non potei fare a meno di usarlo come arma di distruzione di massa (cerebrale) nei confronti di Cesare, il quale, dopo esserci rimasto di stucco, girò i tacchi e se ne andò quasi tremante dal campo mentre gli altri genitori in tribuna praticamente mi osannavano. L’ottanta percento dei paparini non lo avrebbe però fatto se avessero saputo che le loro consorti erano tutte passate almeno una volta nel mio “ufficio”, che spesso rimaneva aperto anche di notte. Ho sempre avuto a cuore l’educazione dei bambini, perché il futuro dell’umanità dipende da loro. Ma purtroppo viviamo in un mondo pieno di figli di troia.
  
  
RADIO SHINING

Nel panorama massmediatico underground, in Italia, Radio Shining è sicuramente la radio più alternativa di tutte. Quando è uscito il mio libro Pensavo fosse amore invece era una un cazz’in culo, prontamente la redazione mi ha invitato nella sede di Bologna per intervistarmi durante il programma pomeridiano “Overlook Hotel”, condotto da Wendy.
   “Overlook Hotel” è la trasmissione di punta di Radio Shining, per cui ero onoratissimo di essere ospite. Mi ero presentato leggermente ubriaco. Ad essere sincero ero molto ubriaco, ma per l’eccitazione ero arrivato alla radio due ore prima di andare on air, così avevo trascorso il tempo al bar di fianco. Mi aveva accompagnato l’amico-manager Tony, bevitore da guinness dei primati; una birra tira l’altra un whiskino tira l’altro e al momento di andare in onda ero fracico. Però alla fine mi hanno fatto tutti complimenti sinceri, a partire da Wendy che il giorno dopo mi ha telefonato per dire che avevano ottenuto il record di ascolti e ricevuto centinaia tra e-mail e telefonate in redazione, per metà entusiastiche e per metà piene di insulti e minacce. Eh già, era stato un successo!
   Siccome non ricordavo benissimo cosa avevo detto, ho ascoltato la registrazione della puntata sul sito web di Radio Shining. Risentendomi debbo dire che non sembrava fossi ubriaco. Da sobrio probabilmente avrei detto le stesse cose, magari con un linguaggio più forbito ma meno verve.
   Per chi si fosse perso “Overlook Hotel” di quel giorno, trascrivo i passaggi più divertenti e interessanti, a mio giudizio.

WENDY: Il pomeriggio ha l’oro in bocca amici ascoltatori! Oggi a “Overlook Hotel” abbiamo l’onore e il piacere di avere ospite uno degli scrittori più ironici, irriverenti e surreali degli ultimi vent’anni, ma che dico venti: ventuno! È qui con noi Simone Manservisi, autore del recente Pensavo fosse amore invece era un cazz’in culo. Allora, Simone…

IO: Ciao Wendy, un saluto a tutti gli ascoltatori di Radio Shining.

WENDY: Per scaldarci un po’ – anche se non credo ne avrai bisogno visto l’alcol che hai in corpo – cosa ci dici del tuo ultimo libro?

IO: Che vi posso dire? Potete anche non comprarlo, tanto il titolo dice già tutto. Ho scritto un libro riassunto completamente in un titolo.

WENDY: La promozione e il marketing sono il tuo forte a quanto pare… Un ottimo venditore, complimenti Simone!

IO: Grazie. Comunque posso aggiungere che parla di sesso e amore trattando gli argomenti con ironia, cercando di approfondire il lato psicologico e filosofico del tema. Non è la solita cagata tipo Cinquanta sfumature di grigio che leggono solo le fighette ignoranti e i maschi impotenti.

WENDY: Qual è la molla che spinge uno scrittore a scrivere?

IO: Non so gli altri, io ti posso dire qual è la molla che spinge Simone Manservisi a scrivere: un disperato bisogno di esprimersi, per dare sfogo alle emozioni nonché al proprio talento. Scrivo perché se non lo faccio non respiro e se non respiro muoio.

WENDY: Una volta hai scritto: “Se non scrivessi sarei morto da tempo, oppure sarei diventato un serial killer.” Un serial killer?!

IO: Non vedi quanta gente impazzisce perché non dà sfogo all’energia interiore, perché non coltiva le proprie passioni, non insegue i propri sogni? Se non avessi scritto seguendo il “richiamo della foresta”, ovvero della mia natura, o anima, il rischio di finire ad accoppare la gente era concreto.

WENDY: Chi è veramente Simone Manservisi?

IO: È un tipo strano e te lo dico io che ci convivo da una vita. Ma sai da cos’è data questa stranezza? Dal fatto che in lui convivono caratteristiche diametralmente opposte, in Simone coabitano una timidezza e una sensibilità disarmanti insieme a una “smania di spettacolo” e un egocentrismo illimitati.

WENDY: Spiegati meglio.

IO: Torno a parlare in prima persona… Vedi, io ho nell’indole una certa spinta all’esibizionismo, ma sono timido, molto introverso. Senza il freno della timidezza a volte penso che sarei potuto diventare che so, uno showman, un attore, un comico… Ma va bene così, perché anche questi contrasti di pregi e difetti, di freni e molle, hanno reso Simone Manservisi Simone Manservisi. Posso affermare di aver tratto vantaggio dai miei limiti e handicap; sono un esempio di resilienza.

WENDY: Dicono anche che tu sia presuntuoso, quasi megalomane.

IO: Queste sono leggende senza alcun fondamento. A volte mi diverto a fare il presuntuoso per provocazione. E comunque sono da sempre convinto che per fare con entusiasmo una cosa – che sia scrivere, dipingere, recitare o avvitare viti in fabbrica – ci vuole un minimo di quella sana presunzione che ti fa dire: “sono bravo e lo sarò sempre di più”. Sentirsi forti è importante per diventare forti.

WENDY: Cosa ti dà più fastidio di questa società?

IO: Viviamo in una società alla deriva, in un mondo di merda. Il virus della follia ha infettato tutto e tutti ormai, pochissimi sono rimasti immuni. Questa società, nel suo complesso, mi fa schifo.

WENDY: So che ci sono categorie che ti sono particolarmente invise. Vuoi elencarcele?

IO: Beh sì… Per cominciare gli animalisti: mi fanno paura. Penso che chi ama un animale più di una persona sia un potenziale pericolo per l’umanità… Le frustrazioni e i traumi dell’infanzia non metabolizzati da costoro, potrebbero esplodere e fargli compiere delle stragi. Poi mi stanno sul cazzo i cani che abbaiano quando passeggi facendoti prendere un colpo e quelli che cagano per strada, che anche se la colpa è dei padroni, io li sopprimerei entrambi, il cane e il padrone.

WENDY: Esagerato!

IO: Poi ci sono i vegani, i vegetariani, gli astemi, gli ipersalutisti: mi sembrano persone senza anima, o almeno con un’anima spenta. Gli juventini! Emblema della corruzione e dell’incapacità critica che ammorba da decenni l’Italia. E ancora: i religiosi, qualsiasi sia la loro religione, poveri esseri senza un pensiero proprio, tristi, spenti. Stesso discorso per gli ultras politici, di destra, centro o sinistra. Nel ventunesimo secolo non hanno ancora capito che la politica è solo di sopra. E poi gli snob intellettuali! Quelli che si sentono superiori perché hanno letto Proust, Dostoevskij, Sartre, eccetera, quelli che se per caso nello scrivere sbagli a mettere un apostrofo al posto dell’accento ti guardano inorriditi come se fossi un appestato. Ma andate a fanculo voi e chi non ve lo dice!

WENDY: Super Manser, cos’è che ti fa l’effetto della criptonite?

IO: A parte la mediocrità e l’ignoranza umana, se uno mi obbliga ad ascoltare barzellette mi toglie tutte le forze. Anche chi mi parla di un argomento convinto di avere cognizione di causa e invece non sa un cazzo rischia di liquefarmi.

WENDY: Fobie?

IO: Uh, quanto tempo abbiamo? Mi ci vorrebbero due ore per elencarle tutte.

WENDY: Dicci le principali allora.

IO: Tanto per iniziare sono claustrofobico, faccio molta fatica a stare in spazi chiusi e stretti, soprattutto se affollati di gente; gli ascensori li evito quando posso e anche le gallerie autostradali mi mettono una certa ansia. L’acqua alta al mare mi fa paura, anche perché non so nuotare. Volare, in parte per colpa della claustrofobia, mi è quasi impossibile. Fino a pochi anni fa ero estremamente ipocondriaco e paranoico… Oggi, non so come ho fatto, per fortuna lo sono molto meno. Soffro di vertigini: se guardo giù da un balcone, già al secondo piano, mi gira la testa e sfrigolano i testicoli. Ho una paura fottuta delle montagne russe e del calcinculo. Tra gli insetti mi inorridiscono api, vespe e tafani. Tu ora dirai: “Minchia che uomo!” Oh, questo è il Manservisi. Vuoi che continui? Meglio di no.

WENDY: Come va la vita sentimentale e sessuale dell’autore di Pensavo fosse amore invece era un cazz’in culo?

IO: Va come un cazz’in culo. Non amo da vent’anni e non scopo da mesi.

WENDY: È un peccato. Uno come te potrebbe avere donne che fanno la fila…

IO: Macché! Oddio qualcuna c’è, ma non voglio prendere in giro nessuno. Quando ci sono in ballo sentimenti, nel caso di rapporti di coppia, o si ama o si corre da soli. Quando cerco di spiegare questa teoria mi sembra sempre di parlare ostrogoto…

WENDY: Io ti capisco. Belle parole, non sono da tutti.

IO: Comunque se vuoi metterti in fila anche tu, giuro che ti metto davanti!

WENDY: Lusingatissima. Magari un giorno ci andiamo a fare una birra.

IO: Ottimo. A proposito di birre, non ne avete una qui in studio che comincio ad essere in riserva?

WENDY: Tranquillo Simone, la puntata di oggi di “Overlook Hotel” è arrivata purtroppo alla fine. È stato davvero un piacere conoscerti e farti conoscere meglio ai nostri ascoltatori. Come faceva il buon Marzullo, ti chiedo di farti una domanda e darti una risposta prima di mandare la sigla.

IO: In un Paese che non legge, pieno di gente che scrive cagate, come cazzo farà quel geniaccio di Simone Manservisi ad avere successo? Risposta: un giorno ucciderà il Papa!

OMEN L’ALIENO


Omen era il suo nome, il suo nome da umano, perché in realtà era un alieno, caduto sulla Terra per sbaglio, adottato da bambino da una famiglia di un ameno paesino, lo trovarono in giardino dentro a un’astronave a forma di cono, lo crebbero con amore senza mai fargli mancare niente, riempiendogli il cuore, solo che un giorno il giovane Omen capì in un secondo che quello in cui viveva non era il suo mondo, parlava la lingua degli umani ma nessuno capiva la sua, soprattutto i cristiani, così costruì un apparecchio, una specie di telefono satellitare perché nel cosmo un messaggio voleva inviare, magari qualcuno della sua razza lo avrebbe ricevuto e a prelevarlo un altro alieno sarebbe venuto, la sua impresa però rimase vana, non fu mai rintracciato da anima sana, così passò il tempo, trascorse una vita di solitudine e di ribellione benché ricca di appagamento e soddisfazione, le persone buone gli avevano voluto bene, stimato e rispettato aveva campato, adesso, prossimo al decesso, si sentì felice lo stesso, dopotutto tornava a casa, solo il tempo di bere un ultimo espresso.

2024


Quando scrisse 1984 nel 1948, probabilmente George Orwell non immaginava quanto sarebbe andato vicino ad azzeccare le sue previsioni sul futuro. Ha scagliato il bersaglio di appena un quarantennio, ma a voler fare un paragone è stato come se Guglielmo Tell mirando alla mela avesse preso il picciolo da una distanza di trecento metri. Nell’opera orwelliana il totalitarismo, la falsificazione, la perdita di memoria storica indotta dai mezzi di informazione, la corruzione del linguaggio e l’annullamento dell’identità personale sono temi cardine e oggi, nel 2024, sembrano molto più attuali che al tempo dei totalitarismi novecenteschi.
   Questo stava pensando Wilson dopo aver visto un documentario sul pc intitolato I figli del Grande Fratello. Era un file salvato sulla sua segreta – in quanto illegale – chiavetta usb.
   Qualche anno prima, nel 2015, si cominciava a respirare una strana aria, ma nessuno avrebbe mai immaginato una così rapida e radicale svolta nella società occidentale e successivamente mondiale. Solo nove anni prima sembrava ancora di vivere in un’Europa libera; ovviamente si trattava di mera apparenza e solo rare menti illuminate avevano intuito che aria tirava, un’aria foriera di cambiamenti epocali devastanti.
   Anche Wilson usava la tecnologia nel 2015: internet, facebook, twitter, whatsapp. La adoperava però il giusto, senza farsi prendere troppo. Una volta era rimasto una settimana senza telefono e aveva appurato con soddisfazione che non gli era mancato troppo; non gli era venuto un attacco di panico come era accaduto a sua sorella Jane quando aveva perso l’iphone e non era andato in depressione come il suo amico Michael quando aveva avuto problemi per giorni alla linea adsl di casa.
   Wilson era uno degli immuni, ma coloro verso i quali la tecnologia informatica esercitava una debole o nulla influenza rappresentavano una piccolissima, infinitesimale parte della società. Bastava guardarsi intorno per notare che non c’era praticamente un solo giovane che non avesse la testa perennemente piegata sul suo telefono, o tablet, o altra diavoleria elettronica moderna, a smanettare ossessivamente e a ricevere tonnellate di input al minuto, input che naturalmente il cervello non poteva elaborare. Per gli adulti il discorso non cambiava di molto e persino gli anziani cominciavano a non poter più fare a meno di smartphone e compagnia bella.
   Nel 2017 Wilson prese una decisione drastica: decise di staccarsi completamente dal mondo di internet. A stancarlo fu soprattutto il mondo dell’informazione che attraverso quei canali arrivava alla gente. Sapeva che le notizie erano capziose, false, tendenziose, atte a indirizzare la gente verso opinioni standardizzate e lontane dalla verità.
   Questa abiura nei confronti della Rete lo salvò per qualche tempo, lasciandolo un uomo libero, benché la libertà comportasse un altissimo prezzo da pagare.
   Nel 2020 la popolazione terrestre, escludendo alcune zone dell’Africa più povera e le lande più sperdute del pianeta, era praticamente tutta soggiogata, ma fu solo nel maggio 2024 che il Padre Onnipotente – centro nevralgico dell’establishment mondiale – lanciò il segnale definitivo… Una luce giallognola illuminò tutti gli schermi di telefoni e computer presenti sul globo. Gli esseri umani persero così completamente la capacità di pensare in proprio (che già nei secoli precedenti era stata messa a dura prova dalle religioni, ora abolite per far posto ad un unico Dio Padre…) trasformandosi in zombie, schiavi del Padre Onnipotente che li rese innocui e totalmente manipolabili a suo piacere.
   I film, le canzoni, i libri… tutta l’arte di un certo tipo venne messa fuorilegge e distrutta. In particolare le opere cartacee furono bruciate e la storia dell’umanità riscritta solo in Rete. Una storia completamente inventata dal Padre Onnipotente.
   Le nazioni sparirono nel 2024, fuse sotto l’unica bandiera dell’impero mondiale governato dal Padre Onnipotente, il quale, grazie al calcio, donava un po’ di svago ai suoi sudditi che solo la domenica riposavano dalle fatiche di una settimana lavorativa sottopagata e alienante. I campionati erano falsati, già decisi in partenza a tavolino dal Padre Onnipotente.
   Wilson era dunque scampato al lavaggio del cervello perpetrato al 90% degli esseri umani presenti in quel momento sulla Terra, ma aveva dovuto diventare una sorta di clandestino, un invisibile, un barbone ostracizzato e disprezzato. Non volendo sottostare alle regole del Padre Onnipotente, viveva nascosto in periferia, in un angusto appartamento fatiscente senza riscaldamento. In casa aveva una libreria ben fornita, una delle poche che probabilmente esistevano ancora nel mondo e che gli sarebbe costata come minimo la galera se fosse stata scoperta dalla Polizia Padronale. Campava facendo caricature ai turisti nelle piazze della città; anche se l’arte, compreso il disegno, era bandita, il turismo era considerato una risorsa dal Padre Onnipotente, così Wilson non era ancora incappato in guai con la legge, tollerato perché manteneva vivo quel minimo di folklore che distingueva la sua città da tutte le altre del pianeta.
   Nonostante questo, quell’anno venne promulgata la legge che vietava tassativamente l’uso di matite, penne e carta, strumenti equiparati alle armi più pericolose. La carta era comunque già da tempo un bene raro quasi irreperibile se non sul mercato nero.
   Una sera mentre rincasava dal suo solito pub (per fortuna, pensava sarcasticamente, ci hanno lasciato almeno l’alcol per farci assaporare un po’ di libertà illusoria), appena infilata la chiave nella serratura un violento colpo alla testa lo tramortì. Si risvegliò alcune ore più tardi in quella che pareva una stanza d’ospedale, legato con cinghie a un letto sudicio, con varie flebo infilate negli avambracci ed elettrodi attaccati alla testa precedentemente rasata. Davanti ai suoi occhi, ai piedi del letto, c’era un megaschermo.
   Partirono le immagini di un telegiornale che descriveva i fatti quotidiani: il Padre Onnipotente aveva impedito un conflitto nel tal posto, ne aveva risolto uno nel tal altro, aveva estirpato la mafia qui, creato posti di lavoro là, costruito un ospedale in un paese, restaurato lo stadio in una città, eccetera.
   Dopo una settimana Wilson  tornò a casa nel suo vecchio appartamento. La libreria era sparita. Sul tavolo della cucina trovò una scatola contenente una chiave e un telefono cellulare di ultima generazione. Il telefono si accese automaticamente appena lo prese in mano e sullo schermo apparve il Padre Onnipotente; spiegò a Wilson che la chiave era quella del suo nuovo monolocale in centro, affacciato su Corso dell’Ubbidienza, e l’indomani avrebbe dovuto presentarsi all’ufficio di collocamento rionale per ottenere un lavoro al C.C.I. (Centro Controllo Informazioni) direttamente gestito dal Ministero della Propaganda. Un sorriso apparve sul volto spento di Wilson mentre gli occhi gli brillavano di luce giallognola. Ora anche lui era un perfetto ingranaggio del Sistema.